Anno 38/Numero 1

Obesita’ mondiale e nazionale

Nel corso dell’OBESITY DAY sono stati diffusi dati epidemiologici interessanti su questa patologia sempre più preoccupante. E’ stato calcolato che nel mondo ci siano un miliardo di adulti in sovrappeso e almeno 300 milioni di questi sono obesi.
Si passa da meno del 5 % in Cina, Giappone e certe nazioni africane, a più del 75 % a Samoa. Nelle aree della Cina più occidentalizzate l’obesità arriva al 20%. L’obesità infantile è epidemica in alcune aree e sta crescendo in altre. Nel mondo si stima che ci siano 22 milioni di bambini obesi sotto i 5 anni. In USA il numero di bambini in sovrappeso è raddoppiato dal 1980. Il problema è globale con un aumento progressivo anche nei paesi in via di sviluppo.Ad esempio in Tailandia c’è stato un aumento della prevalenza dell’obesità nei bambini tra 5 e 12 anni dal 12,2 % al 15,6 % in soli 2 anni.
I dati ISTAT italiani indicano una prevalenza del sovrappeso del 32 % e dell’obesità del 9 %. E’ stato stimato che in Italia ci siano 4 milioni e 700 mila persone adulte obese. L’obesità è più frequente nel Sud Italia e nella popolazione a basso status sociale e titolo di studio. La relazione tra basso livello di istruzione ed eccesso ponderale è importante: tra gli adulti con titolo di studio medio-alto si attesta intorno al 5 %, mentre triplica tra le persone che hanno conseguito al massimo la licenza elementare (15,8 %).
Nei ragazzi tra i 6 ed i 17 anni l’eccesso di peso è stimato al 26,9 % nei maschi e nel 21,2 % nelle femmine, mentre l’obesità riguarda il 4 % della popolazione minorenne. Questi dati sono preoccupanti perché l’obesità nei bambini e negli adolescenti è uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di patologie cardiovascolari e metaboliche nell’età adulta. Lo conferma il dott. Riccardo Dalle Grave, presidente di AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso) che grazie alla sua presenza su tutto il territorio italiano con le sue numerose unità operative locali, vuole sensibilizzare l’opinione pubblica sull’obesità e il sovrappeso mettendo a disposizione un servizio informativo per i cittadini sul sito www.positivepress.net/aidap
AIDAP è stata accreditata come partner del Ministero della Pubblica Istruzione per la promozione del piano nazionale relativo alla prevenzione del disagio fisico, psichico e sociale a scuola. Come tale, AIDAP ha un ruolo rilevante nella presentazione ed educazione dei disturbi dell’alimentazione e dell’obesità nelle scuole (sede nazionale: Via Sansovino 16, 37138 Verona, Telefono 045.8103915).
 

Cosmetic food

Nello spazio Tendences et Innovations organizzato al SIAL di Parigi, sono state discusse le innovazioni e le 5 tendenze a cui mirano nel futuro le industrie alimentari: la ricerca del piacere (dal sensoriale al ludico), seguita dalla salute, dalla praticità d’uso, dalla comodità, dall’etica.Il mensile Industrie Alimentari, analizzando la situazione, rileva che l’ordine non è lo stesso per tutti i continenti: negli Stati Uniti la salute ha superato il piacere. L’Asia riscopre l’aspetto estetico del cibo. In Europa i contenuti salutistici stanno diventando determinanti.Indubbiamente la situazione cambia: mentre nel 2002 erano i prodotti tipici, quelli “della nonna” a fare tendenza, nel 2006 c’è stato un giro di boa. Appaiono le provette della cucina molecolare e soprattutto i “cosmetic food” che interpretano la nuova tendenza a diventare “belli e giovani”. L’Isituto Nutrimarketing, fondato dalla nutrizionista Bèatrice de Reynal, ritiene che i cosmetic food saranno la novità più importante da qui al 2010. L’Istituto di ricerca Kline ha stimato il mercato mondiale nel 2007 dei cosmetic food in 1,5 miliardi di euro, con una crescita del 16 % rispetto al 2006. Il Giappone rappresenta, da solo, il 41 % di questo mercato. L’invecchiamento della popolazione, il desiderio di avere una pelle senza rughe, la sempre maggior cura dell’aspetto estetico, anche da parte dell’uomo, sono le spinte che giustificano questo indirizzo. Ecco perché si diffonderanno acque minerali antiossidanti, cioccolato alle vitamine per nutrire la pelle, creme agli estratti di mela, caramelle al collagene, sali da bagno al latte, concentrati di vino per applicazione topica .Passata la moda delle bevande energetiche, l’industria alimentare ricerca prodotti “rilassanti” come caffè decaffeinato associato all’infuso di camomilla, chewing-gum associati a latte, mela e treanina (una sostanza estratta dal tè verde).La frutta a guscio e i semi (lino, girasole, zucca) fino a poco tempo fa evitati per l’elevata presenza di sostanze grasse ( quindi ipercaloriche ), oggi sono visti come un concentrato di virtù nutrizionali e quindi rientrano sul fronte dei prodotti salutistici.  

Fabbisogno proteico

Per quanto le proteine svolgano un ruolo insostituibile nell’alimentazione umana e godano di larga fama nell’immaginario collettivo, va evidenziato che ne servono meno di quanto comunemente si pensa, e soprattutto meno di quanto la popolazione occidentale ne stia consumando.
L’Unione Europea segnala che nel 2007 il consumo di carne bovina (sebbene sia in calo) è stato di 17,1 Kg pro-capite, però dobbiamo tener presente che a questo quantitativo bisogna aggiungere 39,8 Kg di carni suine (fresche e insaccate), 22,3 Kg di carni ovine, 23 Kg di pesce (fresco e conservato), 2,3 Kg di carni ovi-caprine, 57 litri di latte, 5 Kg di yogurt, 20 Kg di formaggi, 220 uova (valori sempre riferiti pro-capite anno).
Nei prodotti carnei la percentuale di proteine si aggira intorno al 20 %, però nelle semiconserve (salumi, prosciutti, spalle) la percentuale sale al 27-28 % e lo stesso dicasi per i formaggi freschi (mozzarella, stracchino 18-20 %) e quelli stagionati dove si raggiunge il 36 %.
A questi consumi bisogna poi tener presente che nei derivati del grano (pasta, pane, crackers, biscotti, dolci) le proteine vegetali si aggirano intorno al 10 % (riso 7 %) nei legumi secchi si arriva al 22-23 %, per non dire della soia che supera il 30 %.
Tutti questi valori ci portano ad assumere mediamente circa il 60 % in più di proteine rispetto a quelle raccomandate. Non a caso la comunità scientifica nazionale e internazionale mette in guardia da anni sul rischio legato ad un eccessivo consumo di proteine animali (possibile causa di patologie tumorali e cardiovascolari, per il conseguente aumento anche di utilizzo di esagerate dosi di grassi saturi), oltre a segnalare un rapporto diretto tra eccessivo consumo di carni rosse e cancro al colon e tumore mammario.
Un’esagerata assunzione di proteine provoca un sovraccarico funzionale per il tessuto epatico, l’apparato renale,e la necessità di introdurre un’adeguata dose di acqua per lo smaltimento dei prodotti di rifiuto (urea in particolare). L’eccesso proteico determina anche una maggior eliminazione di calcio attraverso le urine e, a sua volta, l’incremento dell’escrezione di calcio, innalza la percentuale di rischio di calcoli renali.
L’apporto proteico ottimale è quello in grado di mantenere in equilibrio o rendere positivo, a seconda delle singole necessità, il bilancio azotato.
 

Consumi di alcool

Secondo Alessandro Lubisco, docente di Statistica all’Università di Bologna, la zona italiana in cui il vino è apprezzato maggiormente è il Centro Italia, con una media di 2,3 bicchieri alla settimana, consumo significativamente superiore non solo rispetto al Sud (1,43 bicchieri/settimana) ed all’Italia insulare, la più parca (consumo pro-capite medio di soli 0,83 bicchieri/settimana), ma addirittura ad aree culturamente legate alla tradizione enogastronomica quali il Nord Ovest (1,60 bicchieri /settimana) ed il Nord Est (1,79 bicchieri /settimana).La birra denuncia un 23 % di consumatori di almeno un boccale piccolo o lattina alla settimana. Anche per questa bevanda ci sono zone predilette di consumo, ed in questo caso è il Nord Ovest (0,74 boccali /settimana pro-capite) che lascia significativamente a distanza il Nord Est (0,52) il Sud (0,41) e le Isole (0,34), ma non il Centro Italia che segue a ruota con una media di 0,59 boccali settimana).Gli Italiani sono meno affezionati ai superalcolici, che vengono consumati abitualmente solo dall’11% della popolazione. Anche in questo caso ci sono forti variazioni: Nord Ovest (media 0,49 bicchierini settimana), Centro (0,29), scendendo notevolmente nelle altre regioni (0,17 Nord-Est ; 0,14 Sud ; 0,11 Isole).Il 21 % degli italiani riferisce di bere solo vino, il 10 % solo birra, il 3 % solo alcolici, il 15 % riferisce di bere abitualmente sia vino che birra. Il 12 % delle persone intervistate riferisce di bere sia vino, che birra, che superalcolici.Questi dati derivano dall’Osservatorio Nutrizionale e sugli stili di vita Grana Padano, che ha preso in considerazione un campione di oltre 3600 italiani sopra i 18 anni, grazie alla collaborazione di medici di famiglia, pediatri di libera scelta e dietisti nel periodo Maggio 2007-Ottobre 2008.Maria Letizia Petroni (Coordinatore Scientifico dell’Osservatorio Grana Padano e Responsabile Nutrizione Clinica dell’IRCCS- Istituto Auxologico Italiano) ricorda ai bevitori di alcool di assicurarsi una adeguata assunzione di acido folico con l’alimentazione. Questa vitamina, che ha un effetto protettivo nei confronti di alcune forme di tumore e di malattie cardiovascolari, viene inattivata dall’alcool. Il consiglio di assumere 5 porzioni al giorno di frutta e verdura garantisce la copertura dei fabbisogni.Per compensare l’eccesso calorico derivante dall’alcool conviene tener presente che, per ogni Unità Alcolica assunta (12 g di alcool) sono necessari 40 minuti di camminata a passo sostenuto, o 10 minuti di bicicletta. 

Nuove tendenze: happy hour

Salvatore Vaccaro (Servizio Dietologia-Azienda Ospedaliera “Arcispedale Santa Maria Nuova – Reggio Emilia) ha esaminato sul mensile Doctor la nuova tendenza dell’Happy hour, che si verifica nei locali pubblici italiani, con offerta di pizzette, tramezzini, insaccati di ogni genere, sottaceti, patatine, formaggi, maionese e quant’altro, il tutto innaffiato da cocktail alcolici, colorati, ricchi di zuccheri.
Molti consumatori considerano un ricco aperitivo un degno sostituto della cena (per giunta ad un prezzo molto più ragionevole), altri invece lo considerano un utile e indispensabile mezzo per favorire l’appetito in previsione di quello che si mangerà poi a casa.
Da un punto di vista strettamente dietetico, gli aperitivi alcoolici ( e gli stuzzichini annessi )non vanno considerati sostituti della cena, in quanto risultano costituiti da alcool, zuccheri semplici, grassi, mentre una cena ben articolata ( primo, secondo con contorno di verdura, pane e frutta), con porzioni ragionevoli in base al peso corporeo e allo stile di vita, risulta più bilanciata in nutrienti, apportando carboidrati complessi, proteine, grassi, fibra, vitamine, sali minerali.
Secondariamente, dall’happy hour deriva un apporto calorico che si somma a quello giornaliero. Infine gli aperitivi non danno un senso di sazietà e mangiando in compagnia (chiacchierando e scherzando) rimane difficile calcolare le quantità assunte di alimenti.
In passato le scelte offerte al bar per l’aperitivo erano limitate a pochi ingredienti (olive, sottaceti, arachidi). Oggi sono diventate molto abbondanti e poco corrette dal punto di vista nutrizionale. I cocktail alcolici vengono serviti in bicchieri di varia grandezza e di varia composizione, ed è difficile definire la porzione standard soprattutto per quanto riguarda il contenuto di alcool. Gli stuzzichini poi non sono solo artigianali, ci sono anche quelli industriali, e tutto dipende dalla generosità del barman.
Il nutrizionista invita i consumatori a farne un uso razionale, soprattutto per coloro che devono praticare diete ipocaloriche o che sono colpiti da particolari patologie. In altre parole, sebbene la tendenza all’happy hour stia dilagando, va limitata per evitare occasioni di eccesso calorico.
 

Nutrizione artificiale

Riccardo Caccialanza (Direttore Servizio Dietetica Fondazione IRCCS –Policlinico San Matteo di Pavia) in occasione del Congresso “La nutrizione artificiale tra aspetti gestionali e problemi etici” ha sottolineato che la Nutrizione Artificiale si configura come una terapia sostitutiva, non diversamente dalla ventilazione meccanica e dall’emodialisi, e quindi si dimostra indispensabile quando si verificano problemi di masticazione, digestione, transito intestinale, assorbimento e metabolismo dei nutrienti.
La malnutrizione interessa circa il 30-40 % delle persone ricoverate nei reparti ospedalieri con un impatto economico molto rilevante. Una cattiva alimentazione nei pazienti avviati a procedure chirurgiche aumenta i tempi di degenza, il rischio di complicazioni e di infezioni che mettono a repentaglio la vita con costi di gestione molto elevati. Ciononostante, in Italia i corsi di universitari di nutrizione artificiale sono scarsissimi.
Mariangela Rondanelli (associato di Scienze e Tecniche Dietetiche Applicate dell’Università di Pavia) ha evidenziato che il problema riguarda anche le residenze sanitarie assistenziali dove il 70 % dei degenti ha problemi di malnutrizione con ricadute pericolose per la salute. Infatti il problema delle resistenze ai nuovi ceppi patogeni si manifesta soprattutto in queste comunità dove le conseguenze immunologiche della malnutrizione aumentano la vulnerabilità alle infezioni e la circolazione dei batteri.
Tutti i pazienti ricoverati in ospedale dovrebbero essere sottoposti ad uno screening che, in pratica, consiste in un semplice questionario, per verificare lo stato nutrizionale e il rischio di malnutrizione. Il Mini Nutritional Assessment si esegue in 15 minuti e prevede una valutazione antropometrica, una valutazione globale, una dietetica e una soggettiva. Sono raccomandate anche le variabili ematochimiche per verificare il grado di deplezione proteica: albuminemia, transferrina, prealbumina, proteina legante il retinolo, linfociti, colesterolo totale, creatinina urinaria.
Grazie ai progressi di questa disciplina sono state anche definite alcune sindromi in precedenza sconosciute. Nei pazienti nutriti artificialmente per esempio, si è visto che compariva una sindrome caratterizzata da lesioni cutanee, nei primi tempi curate con cortisone: in realtà si tratta di una carenza di zinco, elemento che è stato in seguito aggiunto alle formule per l’alimentazione enterale o parenterale. Il problema che si manifestava dopo un anno di Nutrizione Artificiale è quindi scomparso. Analogamente esiste una sindrome dovuta alla carenza di selenio che si presenta però solo dopo 4 anni di Nutrizione Artificiale.
 

Novita’ in libreria

Carmelo Manganaro, medico, cardiologo, Specialista in Scienza dell’Alimentazione, ha realizzato per le Edizioni Minerva Medica il volume “Vivere in Salute – Consigli dietetici per antinvecchiamento e prevenzione delle malattie”(Pag.185 – Euro 20).Attraverso i vari capitoli del volume, l’Autore espone in modo chiaro e schematico le più recenti acquisizioni utili per la prevenzione del cancro, del diabete di tipo 2, dell’obesità. Interessanti sono anche le proposte per combattere patologie infiammatorie e anti-aging. Nel campo della prevenzione e della terapia oggi ci sono nuove possibilità e nuove prospettive impensabili negli anni scorsi, che bisogna tener presente per mantenere una buona salute. 

Latte di asina

Qualora il latte materno non sia disponibile, non esiste al momento attuale la formula ideale (così come non vi è consenso internazionale) su quale formula debba essere considerata di prima scelta nella terapia dell’allergia alle proteine del latte vaccino. Questa patologia ha la sua massima prevalenza nell’infanzia, e interessa circa il 3 % dei bambini di età inferiore ai 3 anni. Rappresenta la più frequente allergia alimentare del lattante.
Benché la maggior parte dei bambini allergici alle proteine del latte vaccino acquisisca la tolleranza entro il quinto anno di vita, circa il 15 % dei pazienti mantiene la sua allergia anche nella seconda decade di vita e il 35 % di essi presenta reazioni allergiche anche ad altri alimenti.
Attualmente i sostituti del latte vaccino sono le formule a base di aminoacidi (considerate non allergeniche e indicate nei casi più gravi), gli idrolisati proteici estensivi (derivano dall’idrolisi “spinta” della caseina e/o delle sieroproteine di latte vaccino, e possono essere utilizzati da almeno il 90 % all’interno di trials clinici, dato che possono essere definiti ipoallergenici). Le formule a base di proteine di soia sono indicate nei lattanti di età superiore a 6 mesi, perché la soia fa parte degli allergeni maggiori. Il latte di bufala e quello di capra possono creare problemi di cross-reattività con altre proteine nascoste in altri alimenti (biscotti). Il latte di capra è anche carente di acido folico, vitamine B6-B12 e ferro.
Giovanna Conti (Osp. Inf. Regina Margherita di Torino) e Amedeo Conti (CNR-ISPA-Torino) hanno condotto uno studio (pubblicato su Pediatric Allergy Immunology) in vivo e in vitro sul latte di asina. Sono stati trattati 46 bambini. Le ricerche sino ad oggi hanno evidenziato come il latte equino sia più simile al latte materno rispetto a quello vaccino perché è ricco di lattosio e di calcio, e tenori simili in caseine e sieroproteine. Inoltre è ricco di acidi grassi poliinsaturi a lunga catena (rapporto a omega 6-omega3 simile al latte umano) ,bassa carica di soluti, bassa carica batterica. Il latte di cavalla è di difficile approvvigionamento, mentre quello di asina è facilmente reperibile.
Lo studio ha dimostrato che la tollerabilità clinica è stata dell’82,6 % e inoltre si è dimostrato gradevole provocando un buon incremento staturo-ponderale. Il costo del trattamento è contenuto. I risultati necessitano di ulteriori conferme su una popolazione più generale e di varia provenienza geografica. In altre parole il latte di asina può rappresentare una valida alternativa per quei soggetti pluriallergici, intolleranti alla soia, al riso, agli idrolisati proteici e, per ora, va somministrato solo in ospedale per i controlli di tipo igienico-sanitario.
 

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