Anno 39/Numero 2

Nutri“mi”: nutrizione pratica

Si è svolta a Milano la 4a edizione di Nutri“MI”, Congresso Internazionale di Nutrizione Pratica (organizzato da Michele Carruba, Direttore del Centro di Studio e Ricerca sull’Obesità- Diparti-mento di Farmacologia- Università degli Studi di Milano) che ha offerto un ricco programma scientifico (oltre 50° esperti di calibro internazionale) utile per la pratica clinica quotidiana.
Fra le numerose relazioni (pubblicate su “Rivista di Nutrizione Pratica” delle Edizioni Sprim Italia-Milano, e-mail: segreteria@nutrimi.it) sottolineo l’intervento di Alfredo Vanotti - M. Speranza - S. Frigerio (Servizio di Nutrizione Clinica e Dietetica ASL di Como) sul tema delle terapie alimentari per la gestione del peso nell’ambito giovanile, tenuto conto che in questa fase della vita sono determinanti per la crescita armonica fisiologica e psico-intellettiva. Durante l’adolescenza, il confronto con i pari e l’interesse per il proprio aspetto fisico diventano motivo di preoc-cupazione. Maschi e femmine adottano però comportamenti differenti: i maschi si concentrano sull’attività fisica, le femmine iniziano “le diete” e adottano comportamenti vari di controllo alimentare che, se non trovano successo, possono scatenare fenomeni di “binge eating”. L’intervento educativo precoce su soggetti borderline da parte di nutrizionisti e dietologi qualificati possono essere utili: da escludere l’uso di farmaci e restrizioni dietetiche esageratamente rigide. Va detto ai giovani che lo sviluppo puberale modifica il corpo in modo radicale nelle ragazze con aumento del tessuto adiposo sottocutaneo: questi cam-
biamenti necessitano di una spiegazione a livello mentale e una revisione dell’immagine di sé.
Valeria del Balzo (Dipartimento di Fisiopatologia Medica, Università La Sapienza di Roma) ha evidenziato la forte correlazione (evidenziata anche dalla World Health Organization) esistente fra la pubblicità e la richiesta dei figli ai genitori per l’acquisto di alimenti ad alta densità energetica. Uno spot alimentare ogni 5 minuti, per un totale di 32.850 pubblicità in un anno, è quanto deve subire un qualsiasi bambino italiano che guarda la TV 3 ore al giorno (indagine promossa dalla Coop e condotta dall’Università di Roma Tre su tutte le reti pubbliche e private nella fascia oraria 16-19 che la legge definisce “protetta”). I dati emersi sono ritenuti allarmanti e la situazione italiana è peggiore della media europea. In Italia gli spot che pubblicizzano alimenti ricchi di grassi, zuccheri, sale, rappresentano il 36% del totale di pubblicità e nessuno di questi spot avverte di consumare i prodotti con moderazione. Alcuni studi hanno dimostrato che per ciascuna ora trascorsa davanti alla TV i bambini riducono, ogni giorno, il consumo di frutta e ortaggi di 0,14 porzioni. Non esiste alcuna norma che regolamenti la pubblicità di alimenti e bevande rivolti ai minori, i quali sono così sottoposti a messaggi fuorvianti.
Per quanto riguarda la relazione esistente fra nutrienti e funzione cognitiva, Giovanni Zuliani e Renato Fellin (Dipartimento di Medicina Clinica, Istituto di Medicina Interna e Gerontologia, Università di Ferrara) riferiscono i dati provenienti dalla letteratura che si possono così riassumere: una relazione tra carenza di alcuni nutrienti (ac. grassi omega-3, vitamine) e deficit cognitivi negli animali da esperimento; una relazione significativa tra fattori di rischio cardiovascolare e presenza di MCI (Mild Cognitive Impairment) o demenza nell’uomo; un effetto protettivo della Dieta Mediterranea nei confronti del deterioramento cognitivo e della malattia di Alzheimer.

Regressione della placca aterosclerotica

Iris Shai, epidemiologo nutrizionista dell’Università Ben Gurion di BeenSheva, Negev, è riuscita a dimostrare per la prima volta che alcune diete ( a basso contenuto di grassi, a basso contenuto di carboidrati, dieta mediterranea) riescono a far regredire i restringimenti della parete arteriosa che possono condurre all’infarto e allo stroke.
La notizia dello studio israeliano comparso su “Circulation” è stata pubblicata dal mensile “Previdenza” che viene inviato a tutti i medici d’Italia iscritti all’Ordine, e quindi ha avuto una grande e capillare diffusione.
Nel loro studio Shai e coll. hanno assegnato 140 soggetti di media età (uomini e donne) ad una delle diete suddette. Circa un terzo dei par-tecipanti allo studio assumeva farmaci antiper-tensivi ed un quarto era in trattamento con statine. I ricercatori hanno tenuto sotto controllo l’aderenza dei partecipanti alla dieta prescritta, il loro peso, ed inoltre, a mezzo di ecografie tridimensionali, hanno registrato il volume e il restringimento delle arterie carotidi. Dopo due anni, nei pazienti che hanno seguito le diete, è stata rilevata una significativa riduzione del 5% nello spessore medio dell’arteria carotide, ed una riduzione dell’1% nel restringimento della parete arteriosa. Sono state inoltre rilevate modiche riduzioni della pressione arteriosa e del peso medio.
Iris Shai afferma che con una dieta sana, una modesta perdita di peso ed un lieve abbassamento della pressione arteriosa, si può ottenere una regressione della placca, che invece tenderebbe a crescere nel corso degli anni. Tutte e tre le diete saggiate hanno in comune un aumentato consumo di frutta e verdura ed un diminuito consumo di grassi pericolosi.
Robert H.Henckel (Università di Denver, Colorado, e Past President dell’American Heart Association) ha confermato che la conclusione che se ne può trarre è che la perdita di peso, indipendentemente da come la si ottenga, è utile per l’arteria carotide, e anche se l’abbassamento pressorio è risultato il più importante effetto della dieta, con la perdita di peso molte cose cambiano nella giusta direzione. È comunque importante che chiunque intenda seguire una dieta di questo genere sia pronto a farlo per un lungo periodo.

Gelati: consumi e novità

Secondo l’Istituto del Gelato Italiano i consumi annui pro-capite di gelato sono passati dai circa 250 g degli anni ’50 ai circa 4 Kg di oggi, corri-spondenti a 3 miliardi e mezzo di porzioni (cial-de, coni, coppette, coppe, stecche, bon-bon va-schette). Il consumo è legato sempre meno alla stagionalità ed è dovuto al maggior numero di pasti veloci, spuntini (confezioni di piccolissime pezzature), e soprattutto al consumo in famiglia (è acquistato da 19 milioni di famiglie, cioè circa l’89% del totale) attraverso i banchi frigo della grande distribuzione.
A favorire l’aumento va tenuto presente anche il filone “benessere-nutrizione”, con prodotti senza zucchero, senza glutine, senza lattosio, arricchiti di yogurt, frutta e cereali.
I gelati sono anche migliorati dal punto di vista igienico e dal punto di vista tecnologico, grazie all’omogeneizzazione (che consente di ottenere goccioline inferiori ad un millesimo di millimetro per impedire la separazione delle fasi acqua-grasso e facilitare le sensazioni gustative) e alla congelazione intorno ai 40° (per stabilizzare la struttura del prodotto, dato che più piccoli sono i cristalli di ghiaccio e le bollicine d’aria, più cremoso sarà il gelato). L’omogeneizzazione è un passaggio fondamentale per ottenere un buon gelato: oltre a dare sensazioni di sapore più piene e complete (le particelle aromatizzate, divenute più piccole e minute, toccano le papille gustative in un maggior numero di punti), le miscela diventa più digeribile (le particelle di grasso sono più fa-cilmente assimilate). Quando l’omogeneizzazio-ne è ben condotta, diminuisce anche la necessità di aggiungere aromatizzanti.
Il periodico “Industrie Alimentari” segnala una ricerca dell’Università di Auckland in collaborazione con la Fonterra (industria lattiero-casearia neozelandese) per mettere a punto un gelato che attenui gli effetti collaterali della chemioterapia (nausea, vomito, inappetenza, anemia). Questo particolare gelato “curativo” è stato battezzato “ReCharge”, perché serve a ricaricare l’organismo, contiene ingredienti attivi dei prodotti caseari, quali il grasso del latte e la frazione bioattiva lattoferrina, una glicoproteina naturale che soli-tamente si usa negli stati di carenza di ferro. La lattoferrina, isolata per la prima volta nel 1960 nel latte bovino, attraverso la sua capacità di legare il ferro, sembra in grado di impedire lo sviluppo di batteri, funghi, parassiti e virus, il cui metabolismo necessita di ferro, in particolare di alcuni germi patogeni intestinali.
ReCharge è stato somministrato alla dose di 100 g/die per 8 settimane, 2 settimane prima della chemio e durante le prime 6 settimane di chemio a 100 pazienti ricoverati presso il Dunedin Hospital: la sperimentazione è stata soddisfacente, tuttavia si attendono ulteriori conferme. Il costo di questo progetto è stato di 2 milioni di dollari.

Cereali integrali e bambini: approccio graduale

La letteratura segnala che un maggior apporto di cereali integrali diminuisce il rischio di malattie cardiovascolari, della malattia diabetica, e consente ai ragazzi di migliorare il loro peso forma. Già nel 1989 la FDA statunitense riconosceva l’importanza delle fibre, e negli anni successivi sono state condotte numerose ricerche mirate a chiarire i possibili effetti delle fibre sui marker del rischio cardiovascolare. Sulla base di tale ipotesi ci sono vari studi rivolti a incrementare il consumo di cereali integrali, tenuto conto che la popolazione dell’occidente industrializzato oggi è prevalentemente orientata ad alimentarsi con cereali raffinati.
Il periodico “Doctor Pediatria” riporta uno studio effettuato da Giuseppe Bastetti dell’IFT-American Association of Food Technologist (U-niversità del Minnesota), il quale sottolinea le difficoltà incontrate nel far accettare dai bambini questo tipo di alimenti. Il gradimento incontrato da altri alimenti modificati (per esempio: latte e dolci a basso contenuto di grassi) è stato più rapido. Recenti ricerche suggeriscono che l’accettabilità di prodotti a base di cereali integrali è influenzata da diversi fattori tra i quali il contenuto, il colore, la dimensione delle particelle, come è strutturato il prodotto, la sua tipologia e come il prodotto viene servito ai bambini. È bene incorporare i cereali integrali gradualmente, soprattutto se si tratta di prodotti popolari come il pane e la pizza. Come sapore, apparenza e texture i bam-bini non gradiscono la presenza del 100% di cereali nel prodotto alimentare.
La ristorazione può migliorare le specifiche dei cereali integrali migliorando il grado di comunicazione tra scuola, operatori commerciali, e produttori attraverso anche comunicazioni alle famiglie e ai bambini. Dalle interviste ai direttori di ristorazione emerge un senso di confusione sulla definizione di cereale integrale e sul contenuto presente nei cibi. L’industria e la ristorazione devono collaborare per fornire le informazioni necessarie anche a livello etichettatura, perché i cereali integrali siano ben riconoscibili, indicando anche se ci possono essere casi di allergia e intolleranza. In sostanza, per cambiare le abitudini alimentari acquisite, occorre elaborare un programma e un piano di introduzione sui benefici che possono derivare dai cereali integrali nei prodotti destinati all’alimentazione scolastica, tenendo conto che devono avere i requisiti organolettici e fisici necessari per essere accettabili al giusto costo. Con cambiamenti progressivi e ag-giungendo gradualmente più cereali integrali a discapito di quelli raffinati, si possono raggiun-gere buoni risultati. Offrendo al bambino alimenti parzialmente costituiti da una combinazione di cereali integrali con quelli raffinati (più familiari) si incoraggerà il bambino a preferire i primi. Uno studio specifico ha dimostrato che una ripetuta offerta incrementerà il loro consumo.

Capacità visiva dell’anziano e antiossidanti

Fra i vari interventi rivolti a proteggere la capacità visiva dell’anziano (tempestivo riconoscimento, astensione al fumo, diminuzione all’esposizione della luce ultravioletta, riduzione degli effetti collaterali di farmaci come ad esempio l’amiodarone e gli inibitori della fosfodiesterasi), è molto discussa la somministrazione di antiossidanti e la supplementazione di alcuni minerali per preve-nire la degenerazione maculare retinica.
Allen L.Pelletier (Medical College of Georgia) e Jeremy Thomas-Fawwaz R.Shaw (University of Tenessee) riferiscono sull’Organo della Fondazione Internazionale Menarini che lo studio AREDS (Age Related Eye Disease Study) ha reclutato 3.640 pazienti con degenerazione maculare retinica senile suddivisi in 4 gruppi: somministrazione di antiossidanti, antiossidanti più zinco, zinco più rame, placebo.
Nei pazienti con malattia più avanzata al mo-mento del reclutamento e trattati con antiossi-danti più zinco, sono stati descritti effetti benefici (riduzione del 27% del rischio di diminuzione della capacità visiva) rispetto ai pazienti trattati con placebo.
La somministrazione di queste supplementa-zioni va tuttavia condotta con delle precauzioni.
Nei pazienti fumatori, un’introduzione ecces-siva delle vitamine A ed E sarebbe associata ad un aumento del rischio di sviluppo di carcinoma del polmone, e probabilmente, anche di scom-penso cardiaco congestizio.
Un riesame dei dati ottenuti dallo studio AREDS suggerisce una correlazione tra l’assun-zione di supplementazioni di zinco ed un aumento del rischio di ricovero per problemi di tipo urologico.
Per quanto riguarda la prevenzione o il tratta-mento di patologie oculari diverse dalla degene-razione maculare retinica senile, non esistono dati derivanti da studi prospettici o randomizzati. Studi di tipo osservazionale condotti sull’associazione tra un’introduzione elevata di antiossidanti e lo sviluppo di cataratta hanno fornito risultati contrastanti.
Fino a quando i risultati degli studi prospettici attualmente in corso non consentiranno di identificare quali pazienti possono ottenere beneficio e quali pazienti possono andare incontro a rischi, la somministrazione cronica di routine di antiossidanti o di minerali per la prevenzione della degenerazione maculare retinica senile o di altre patologie oculari non è consigliabile in tutti i pazienti anziani. I pazienti vanno selezionati, secondo i protocolli previsti dallo studio AREDS.

I pericoli del grasso viscerale

Il grasso viscerale è uno dei più pericolosi nemici della salute. Si tratta di un grasso metabolicamente attivo che, se presente in quantità eccessive, può aumentare il rischio di malattie croniche, Infatti gli adipociti viscerali sono in grado di secernere ormoni, tra cui angiotensinogeno, resistina, leptina, adiponectina, molecole in grado di interagire con organi ed apparati, concorrendo all’in-sorgenza e al mantenimento di dislipidemia, ipertensione, diabete di tipo 2. Di conseguenza il Bmi non può essere l’unico parametro di riferi-mento nella valutazione di un soggetto in so-vrappeso.
Una recente ricerca presentata al 1° “Interna-tional Congress on Abdominal Obesity” di Hong Kong, condotta allo Hammersmith Hospital di Londra dal Clinical Sciences Centre del Medical Research Council (vale a dire il CNR britannico) con il Metabolic and Molecular Imaging Group, ha dimostrato che l’assunzione di orlistat 60 mg nell’ambito di un corretto piano dietetico per 12 settimane può portare a una significativa ridu-zione non solo del peso corporeo (5%), ma anche del grasso viscerale (pari al 10% rispetto al basa-le) e una riduzione media della circonferenza vita di 4,5 cm. Michele Carruba, direttore del Centro di Studio e Ricerca sull’obesità dell’Università di Milano sottolinea che Orlistat inattiva parte delle lipasi, impedendo l’assorbimento di circa un quarto dei grassi assunti con la dieta, che viene eliminato con le feci. Il meccanismo d’azione va spiegato ai pazienti per evitare effetti collaterali correlati ad esempio ad un eccessivo introito lipidico. Infatti nelle donne che assumono contraccettivi orali si consiglia il ricorso al condom, perché un’eventuale diarrea protratta potrebbe vanificare l’efficacia della pillola. Inoltre poiché si ha un’ovvia perdita di vitamine liposolubili, occorre una supplementazione di queste vitamine tenuto conto che il trattamento dura 6 mesi.
Lo studio britannico presentato a Hong Kong non è nato per caso, ma è stato sollecitato dai risultati di un sondaggio condotto in 21 nazioni europee. Ne è emerso che l’88% degli intervistati non conosceva i rischi del grasso viscerale. Un atteggiamento simile è stato rilevato anche in Italia, dove si è conclusa la campagna finanziata da GSK Consumer Healthcare, battezzata scherzosamente “Giro di… taglia” (per ottenere una grande divulgazione) con la collaborazione dell’ADI (Associazione Italiana di Nutrizione e Dietetica clinica).
I dati salienti della situazione italiana dicono che, mentre in Piemonte le quote di sovrappeso si aggirano sul 32,4%, in Campania la percentuale sale al 41,3% negli adulti e al 49% nell’ambito pediatrico, tale da far inquadrare il problema campano come una vera “emergenza sociale”.

Glossario di alimentazione e nutrizione

La FeSIN (Federazione delle Società Italiane di Nutrizione) fondata nel 2001, riunisce l’ADI (Associazione di Dietetica e Nutrizione Clinica), la SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana), la SISA (Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione), la SINPE (Società Italiana di Nutrizione Artificiale e Metabolismo), la SINUPE (Società Italiana di Nutrizione Pediatrica), la SIO (Società Italiana per l’Obesità), tutte Società Scientifiche in prima linea nella ricerca di base e applicata in Nutrizione.
Le suddette Società, pur unite da un comune interesse per la Nutrizione umana, hanno diversi saperi e metodologie: da qui anche differenti linguaggi espressivi. Occorreva trovare una comune chiave interpretativa per intendersi tra gli addetti ai lavori e per poter trasmettere alla Comunità un messaggio né contradditorio, né confuso. Da qui la necessità di redigere l’opuscolo “Alimentazione e Nutrizione in parole” (Glossario di Alimen-tazione e Nutrizione Umana) che è stato presen-tato a Roma il 29 Aprile alla RAI nella Sala degli Arazzi in Viale Mazzini 14. Gli studiosi e i ricer-catori possono richiederlo alla Segreteria FeSIN (Elisa Dimarco) - Promoleader Service - Via della Mattonaia, 17 Firenze (50121)- Tel. 055-2462.235 (e-mail = elisa.dimarco@promoleader.com).
Molti termini specifici utilizzati nel linguaggio comune a volte presentano incoerenza rispetto al loro significato reale. Alcuni esempi riguardano la differenza fra alimentazione (naturale) e nutrizione (artificiale), oppure tra alimentazione assistita, alimentazione forzata e nutrizione artificiale. Tali termini, nel recente dibattito bioetico e le-gislativo sulle disposizioni anticipate di tratta-mento (testamento biologico), sono stati utilizzati, in tutti i contesti, praticamente come sinonimi, mentre in Medicina non lo sono. Lo stesso vale per alcune nuove professioni, sanitarie e non, unificate sotto termini piuttosto generici, come ad esempio quelli di dietologo e nutrizionista, che richiedono invece una necessaria precisazione, che risulta difficile perché si tratta di professioni in continua evoluzione.
Definizioni come “alimento funzionale”, nutriceutico”, OGM, “Novel food”, “alimento biologico” sono entrati nel linguaggio comune, ma necessitano di essere ben chiariti ai non addetti ai lavori per una scelta alimentare consapevole. È più corretto nella nostra lingua “nutriceutico”, da nutrizione e farmaceutico piuttosto che “nutraceutico”, traduzione in fotocopia del termine inglese? La FeSIN ha deciso per la prima traduzione.
Il “glossario”, prodotto dalle Società Scientifi-che suddette, ha valore consultivo per la pratica quotidiana, ma non ha una legittima normativa che spetta invece ad altre Istituzioni che però sono invitate a tenerne conto.

Riso: nuove ricerche

Guido Sodano, direttore della SAI Agricola, ha tenuto a battesimo l’evento “Riso: da coltura a cultura” sotto l’egida della Scuola di Sicurezza Alimentare e della Regione Piemonte, alla Casci-na Veneria di Lignana (Vercelli). L’obiettivo del convegno era di fare il punto sull’attività di ricerca e di aggiornamento su un prodotto agricolo importante come il riso. Mariangela Rondanelli dell’Università di Pavia e Attilio Giacosa del Gruppo Sanitario del Policlinico di Monza hanno sottolineato le possibili applicazioni salutistiche dei componenti bioattivi del riso, come i peptidi glutenina e prolamina, che hanno dimostrato una spiccata attività antipertensiva. La frazione pigmentata estratta dal riso nero ha dimostrato invece di possedere elevate proprietà antiossidanti e di “scavenger”di radicali liberi in svariati modelli sperimentali in vitro con prevenzione del danno al DNA e dell’ossidazione delle LDL. Il riso nero contiene elevate quantità di antocianine (cianidina 3-glucoside e peonidina 3-glucoside) e fino a qualche anno fa non era coltivabile in Italia, perché non adatto al clima a causa della fotosensibilità ed instabilità. Il riso nero è stato quindi incrociato con varietà locali allo scopo di ottenere un riso a pericarpo nero (iscritto al registro nazionale con il nome di “Venere”).
Oggi è disponibile anche il riso rosso, che è in grado di inibire la produzione del colesterolo grazie all’azione delle monacoline prodotte dalla fermentazione attuata dal lievito “Monascus purpureus”.
Di particolare interesse, dato il significato epi-demiologico e clinico del problema, è il potenziale ruolo di componenti del riso nella prevenzione della malattia oncologica (colon, mammella e prostata), grazie all’acido ferulico, un composto fenolico che si trova nei grani integrali, ad attività antiossidante e inibitore delle proteasi.
Un altro aspetto da ricordare è che le proteine del riso non contengono le frazioni gliadiniche e gluteniniche, tipiche dei frumenti duri e teneri, che consentono la formazione del glutine, ma che in molti casi provocano gravi problematiche come, ad esempio, il morbo celiaco. Tuttavia nei paesi orientali dove il consumo di questo cereale è notevole ed esteso a larghi strati della popola-zione, è presente un’allergia alle frazioni protei-che del riso (in questi casi il responsabile è la globina). Fortunatamente in Giappone il problema è stato superato: mediante una particolare tecnica genetica, è stata repressa l’espressione del gene allergizzante nei semi di riso in fase di maturazione, e si è ottenuto un riso ipoallergenizzante, dalle qualità organolettiche perfettamente sovrapponibile al riso comune.
Nel campo dei cibi funzionali ottenuti mediante le biotecnologie, bisogna ricordare i numerosi studi rivolti a migliorare le qualità nutrizionali del riso. Il “golden rice” è un tipo di riso transgenico in grado di fornire all’organismo umano la vitamina A, dato che il riso tradizionale non contiene betacarotene. Sono inoltre in corso delle ricerche che mirano ad utilizzare culture di cellule di riso per la produzione di anticorpi ricombinanti a scopo diagnostico e terapeutico (lisozima ad attività battericida, ed alfa 1-antitripsina).
Marco Arlorio (DISCAFF-Università degli Studi Piemonte Orientale - Novara) ha sottolineato i problemi relativi all’autenticazione e alla rintracciabilità analitica, ai nuovi “marker” di qualità (come i lignani) e alle innovazioni tecnologiche come l’arricchimento dei risi a cariosside bianca, i nuovi sistemi di “coating” (film edibili) per ri-durre la perdita di nutrienti durante la cottura.
Oltre a queste ricerche, ci sono anche studi ri-volti a valutare le caratteristiche nutrizionali del riso. Giorgio Calabrese (Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza) ha preso in esame i fenomeni che avvengono nell’amido dopo cottura (gelatinizzazione: modifiche nella struttura dell’amilosio e dell’amilopectina) verificando che la digeribilità dell’amido aumenta subito dopo la cottura. Successivamente risulta ancora utile all’or-ganismo, però bisogna tener presente che il raffreddamento permette una riorganizzazione delle molecole di amido con formazione di gra-nuli di “amido resistente”indigeribili, paragona-bili alle fibre alimentari (la pasta fredda ha un indice glicemico inferiore rispetto a quella appe-na cotta, quindi può riuscire utile quando c’è la necessità di diminuire l’introito energetico tota-le). Un’altra conseguenza fisiologicamente im-portante è dovuta al fatto che l’amido non digerito nell’intestino tenue passa nel colon, dove costituisce un substrato fermentativo per la flora microbica residente, promuovendo la crescita di microrganismi che producono acidi grassi a bassa catena carboniosa. Tra questi è particolarmente degno di nota l’acido butirrico, al quale vengono attribuite proprietà di regolazione dell’espressione genica e della crescita delle cellule del colon, tra cui la capacità di inibire loro possibili alterazioni neoplastiche.

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