Anno 44/Numero 3

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Rivista : Anno 44/Numero 3

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Atmosfera modificata per la conservazione

Per migliorare le tecniche di conservazione atte a preservare le caratteristiche nutrizionali degli alimenti, oggi frequentemente si ricorre all’imballaggio in atmosfera modificata o protettiva (/MAP). In genere l’applicazione della MAP consente di raddoppiare i tempi di conservazione.
L’Accademia dei Georgofili sottolinea che con la tecnologia MAP si può agire sui seguenti fattori:

  1. Il tipo e le proporzioni di gas nelle miscele.
  2. La temperatura di conservazione.
  3. Il tipo e il materiale di confezionamento.
  4. I trattamenti previsti dal processo di trasformazione.

I gas maggiormente utilizzati sono l’ossigeno (O2), l’azoto (N2), l’anidride carbonica (CO2), l’argon (AR).
In genere il livello di O2 è sovente in concentrazioni minori rispetto alla quantità normalmente presente nell’aria. Fa eccezione il caso della carne rossa, dei salumi, e di alcune tipologie di pesce, per i quali si utilizzano formule di MAP molto ricche di ossigeno. L’utilizzo di elevate pressioni di ossigeno favorisce la colorazione rosso vivo della carne (piuttosto gradita dal consumatore). Tuttavia tale tecnica porta con sé effetti collaterali, tra cui un accelerazione dei processi di ossidazione del colesterolo (COPs = cholesterol oxidation products) composti aterogenici e citotossici, quindi dannosi per la salute.
A livello normativo non è ancora prevista l’indicazione in etichetta né della composizione della produzione della miscela di gas utilizzata , né della proporzione tra gli stessi. Inoltre, nella produzione della miscela, gli operatori del settore alimentare non sono tenuti a garantire un grado minimo di sicurezza necessario per ottenere la massima efficacia.
Va sottolineato il fatto che oggi esistono alcuni aspetti qualitativi di questa tecnologia che andrebbero considerati molto attentamente. Infatti sono disponibili numerose tipologie di materiali da imballaggio che differiscono per le proprietà di barriera, le proprietà fisiche di lavorabilità, resistenza, trasparenza e durevolezza del film, capacità di preservare l’integrità della chiusura termosaldata, il grado di appannamento della pellicola a seguito della respirazione del prodotto, la velocità di trasmissione del vapore acqueo, la resistenza alla degradazione chimica, l’assenza di tossicità e l’inerzia chimica. Infine la facilità con cui possono essere modellati e l’economicità.

De honesta voluptate: nuova edizione dopo 500 anni

Per gli studiosi di Storia dell’Alimentazione va segnalata l’uscita della nuova edizione del trattato “De honesta voluptate et valetudine” scritta da Bartolomeo Sacchi detto il “Platina” più di 500 anni or sono, un autentico “best seller dell’epoca” con traduzioni anche in lingua francese e tedesca. L’edizione è stata curata da Enrico Carnevale Schianca, storico dell’alimentazione già autore del fortunato volume “La cucina medievale, lessico, storia, preparazioni” promosso dalla Casa editrice Leo OLSCHKI di Firenze (www.olschki.it) che ha pubblicato anche l’attuale trattato di Bartolomeo Sacchi. La traduzione, con testo a fronte, arricchita di un ampio corredo di note, glossari, e appendici, documenti, intende riproporre il trattato con quelle connotazioni di gradevole libro di lettura che ne decretarono, già al suo esordio, il successo negli ambienti umanistici. Dopo un settantennio di successi, il “De honesta voluptate” cade nell’oblio e conosce poi nel XIX secolo un rinnovato interesse coinvolgendo studiosi di discipline diverse che lo definiscono di volta in volta “Trattato di igiene alimentare” e nel contempo la “Summa del sapere gastronomico dell’epoca”, o il “Classico della letteratura dietetico-culinaria”. Vale la pena leggere un libro scritto da uno studioso protetto dalla famiglia Gonzaga e successivamente promosso a Prefetto della Biblioteca Vaticana sotto il papato di Sisto IV. Il termine “Platina” con cui è conosciuto è la forma latina di “Piadena” la località dove è nato in provincia di Cremona. Il libro riscuote un continuo gradimento e interesse in tutti coloro che hanno fatto dell’alimentazione un’autentica passione, oltre che una professione. Le indagini degli studiosi hanno di volta in volta messo in luce, sotto diverse angolazioni, molteplici aspetti di questo singolare testo che l’attuale volume affronta nella nuova traduzione italiana.

OGM: tra mito e realtà

Mentre il Ministro delle politiche agricole alimentari Maurizio Martina, quello dell’Ambiente Gian Luca Galletti, quello della Salute Beatrice Lorenzin hanno inviato alla Commissione UE le richieste di esclusione da tutto il territorio italiano della coltivazione di tutti gli OGM autorizzati a livello europeo, penso sia interessante conoscere anche altre considerazioni.
Tra le principali critiche mosse allo sfruttamento su larga scala delle varietà vegetali geneticamente modificate, giocano un ruolo fondamentale quelle fondate sul timore che le grandi multinazionali dell’agro-alimentare possano influenzare a loro piacere il mercato mondiale.
Progettando sementi sterili o meno produttive, queste industrie costringerebbero i coltivatori a riacquistare stagionalmente il seme (togliendo loro la possibilità di produrre per conto proprio le sementi per coltivazioni successive, con una conseguente diminuzione degli utili).
Roberto Defez, direttore del Laboratorio di biotecnologie microbiche dell’Istituto di Bioscienze e Biorisorse ( IBBR) del Cnr di Napoli, dice: questa convinzione è falsa.
“Non esistono in commercio semi di piante OGM sterili: sono tutti fertili, producono piante che fruttificano come le altre piante della stessa varietà. Basti pensare che nel 2002, in India, si coltivavano 29 mila ettari a cotone OGM, oggi diventati 11,6 milioni e pari al 95 % di tutta la produzione del cotone indiano.
Questo perchè mediante questa tipologia di pianta, si è ridotto del 39 % l’uso di insetticidi, la resa per ettaro è raddoppiata, arrivando a 600 chilogrammi per ettaro, e la redditività è aumentata di 250 dollari per ettaro.
Gli agricoltori, inoltre non sono soliti riprodurre i semi, se non in casi rarissimi e solo per coltivare degli orti, e non per fare una vera agricoltura. La ragione sta nella professionalità delle aziende sementiere, che garantiscono l’elevata purezza e capacità di germinazione dei semi, evitano incroci con altre varietà e selezionano semi sempre più produttivi e resistenti a varie patologie (virus, batteri, funghi). Basti ricordare che le insalate che mangiamo (tutte non OGM) sono selezionate per portare 30 varietà di geni di resistenza a funghi dannosi: un lavoro da genetisti agrari, non certo da contadini”.
Ma quali sono i rischi che questi artefatti genetici implicherebbero per la biodiversità vegetale e per la nostra salute ?
Tra il 2010 e il 2013 in Friuli sono stati coltivati vari campi di mais OGM del tipo Bt, sotto la sorveglianza dell’autorità giudiziaria e regolarmente autorizzati, continua Roberto Defez.
La guardia forestale ha effettuato decine di campionamenti nei campi fiancheggiati, alcuni distanti solo 5 metri dal campo coltivato con mais Bt, e in nessun caso l’autorità ha rilevato livelli di commistione accidentale superiori ai limiti di legge.
C’è inoltre un dato incontrovertibile: sino ad oggi non si riscontra un solo caso di persona ricoverata a causa del consumo di piante OGM. Per contro, 4 anni fa in Germania 53 persone sono morte e centinaia furono ospedalizzate per aver mangiato germogli di soia coltivati con metodo biologico.

Allergie alimentari: il problema diagnosi

In Italia cresce al ritmo dell’ 8-10 % all’anno il ricorso a test inutili e “ fai da te” per la diagnosi di allergie e intolleranze alimentari. Per arginare il fenomeno, in occasione di EXPO 2015 a Milano la Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC) ha presentato le prime linee guida per l’interpretazione dei test diagnostici assieme ad un vademecum per i cittadini che sospettano allergie e intolleranze alimentari. Ogni anno infatti sono circa 4 milioni gli esami fasulli eseguiti in Italia: positivi nove volte su dieci, hanno la stessa attendibilità diagnostica del lancio di una monetina, ma fanno sprecare ben 300 milioni di euro l’anno. Ecco le metodiche diagnostiche alternative non validate con i criteri della Medicina Basata sulle Evidenze Scientifiche:

  • A) Test del capello – Verifica delle sostanze chimiche del capello per stabilire lo stato di salute del soggetto.
  • B) Test su cellule del sangue – Valuta modifiche nelle cellule a contatto con le più varie sostanze.
  • C) Test della forza – Valuta le variazioni della forza quando si manipolano alimenti nocivi.
  • D) VEGA Test – Il paziente ha in una mano un elettrodo negativo attaccato ad un circuito cui si applica l’alimento e si tocca il paziente con l’elettrodo positivo. La variazione del voltaggio indicherebbe intolleranza all’alimento specifico.
  • E) Biorisonanza –Valutazione con un computer del campo magnetico del soggetto e delle variazioni indotte da un alimento che genera intolleranza o allergia.
  • F) Pulse test o del riflesso cardiaco auricolare: valuta le variazioni della frequenza del polso a contatto con l’alimento che genera intolleranza o allergia.

Osserva G. Walter Canonica, presidente della SIAAIC: “Purtroppo le intolleranze alimentari, confuse per di più dalla maggioranza con le allergie vere e proprie, sono ormai una “moda” con cui si spiegano i sintomi più disparati. Chi non riesce a dimagrire spesso si convince che sia per colpa di un’intolleranza, mentre nessuna di quelle reali può far ingrassare. Orticaria acuta, sintomi gastrointestinali e anafilassi sono i segni distintivi delle allergie, ma oggi basta avere una stanchezza inspiegabile, qualche difficoltà digestiva, mal di testa, dolori alle articolazioni o altri disturbi aspecifici e non facilmente inquadrabili per autodiagnosticarsi un’intolleranza alimentare “prendendo di mira” un cibo quasi a caso. I danni sono molteplici: se da un lato si spendono centinaia di euro per sottoporsi ad esami senza alcuna corretta validazione scientifica (i costi vanno da 90 a 500 euro attraverso svariati canali di vendita), dall’altro esiste anche il rischio di sottovalutare condizioni cliniche reali, come una vera celiachia o una vera allergia”. Mario Di Gioacchino, Vicepresidente SIAAIC, dice: “Le metodiche diagnostiche attuali sono raffinate e ci consentono di individuare, nel caso delle allergie alimentari, a quale porzione di proteina dell’alimento si è ipersensibili. Sarà lo Specialista allergologo a sottoporre il paziente agli esami adeguati, senza cedere al “fai da te”. Un semplice diario alimentare è un primo utile passo per riuscire ad associare il consumo di un alimento ad una eventuale reazione. A volte è possibile consumare un frutto a cui si è allergici togliendone la buccia, oppure si può mangiare un frutto dopo cottura: dipende dalle proteine specifiche che sono coinvolte nell’allergia. In ogni caso bisogna attenersi alle indicazioni dietetiche date.

 

Acidi grassi saturi, “trans”, e malattie cardiovascolari

Andrea Poli, presidente di Nutrition Foundation of Italy (NFI) commentando i risultati di una ricerca canadese pubblicata recentemente sul British Medical Journal (una metanalisi che ha incrociato i risultati di 50 studi osservazionali) ha assolto gli acidi grassi saturi dall’accusa di essere associati ad un aumentato rischio di malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2.
Al contrario ha emesso una sentenza di colpevolezza senza appello nel confronto degli acidi grassi “trans”, vale a dire acidi grassi insaturi ma idrogenati o induriti come le margarine ( presenti in molti prodotti industriali o prodotti dalla frittura con oli scaldati oltre il punto di fumo, o che hanno subito una trasformazione batterica durante la masticazione dei ruminanti).
Al convegno organizzato a Thiene sull’impiego del burro nell’alimentazione umana la giornalista americana Nina Teicholz, autrice del best seller “The big fat surprise” ha rivalutato il burro come alimento all’interno della dieta mediterranea precisando: “Negli anni ’50 gli americani combattevano un’epidemia inarrestabile, quella delle malattie cardiache e Ancel Benjamin Keys (Università del Minnesota) conquistò credibilità nel mondo accademico (e una copertina sul “Time”) con lo studio “Seven Countries” condotto in 7 Paesi su 13.000 uomini statunitensi, giapponesi ed europei: dimostrava che le malattie cardiache non erano una naturale conseguenza dell’invecchiamento, ma dipendevano dall’alimentazione squilibrata. La ricerca però, analizzata oggi, presentava dei vizi di metodo. Ad esempio, si concentrava sui contadini dell’isola di Creta che coltivavano i loro campi fino alla vecchiaia e si nutrivano assumendo quantità minime di carne e formaggio. Rilevazioni però eseguite nel dopoguerra (periodi di indigenza) e durante la Quaresima. Tuttavia, nonostante questi limiti, grazie agli studi di Keys nel 1961 furono emesse le prime linee guida dall’Americanm Heart Association contro i grassi saturi. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti fece lo stesso nel 1980. Di conseguenza i consumi di burro crollarono e iniziò l’ascesa dei consumi di olii di semi idrogenati.
Solitamente quando si parla di dieta mediterranea, si pone l’accento sulla salubrità dell’olio extravergine di oliva, della carne di pesce, sulla grande disponibilità di frutta e verdure fresche, ma per quanto riguarda il burro e i formaggi esistono ancora dei pregiudizi, soprattutto per quanto riguarda il loro contenuto di colesterolo.
Pier Luigi Rossi, Specialista e Docente in Scienza dell’Alimentazione, ha detto a Thiene che il burro, a buon diritto, è un elemento fondamentale della dieta mediterranea, e come i formaggi, fa parte del capitale nutrizionale e gastronomico del nostro Paese. Il focus nutrizionale del burro sta nel complesso molecolare lipidico, cioè in quella parte che in passato è stata demonizzata. Si tratta di una formula naturale utile per la crescita e l’integrità delle cellule dell’intero organismo: è un alimento naturale composto da centinaia di molecole, con un valore superiore ai suoi singoli componenti nutrizionali. E’ uno dei pochi alimenti che contiene vitamina D, oggi definita un ormone, che agisce sull’integrità delle ossa e ha un ruolo cruciale nel sistema immunitario.
Mangiare burro pensando solo al colesterolo è una scelta alimentare errata e non corretta dal punto di vista scientifico. Infatti una porzione di burro, 10 grammi, contiene 24 milligrammi di colesterolo, pari all’ 8 % della dose giornaliera consigliata di colesterolo alimentare, che è di 300 mg. L’organismo umano, ad ogni età, ha bisogno di colesterolo e, se non lo si introduce con l’alimentazione, le cellule lo producono da sé. Com’è noto, abbiamo il colesterolo esogeno, introdotto con l’alimentazione, che non deve superare la dose di 300 mg al giorno, e il colesterolo endogeno che produce il fegato. Non introducendo il colesterolo con gli alimenti, stimoliamo il fegato a produrne di più al fine di assicurare una sana e vitale risposta alla domanda personale che ogni organismo ha di colesterolo per trasformarlo in ormoni steroidei, estrogeni, progesterone, testosterone, cortisolo, tutti principi essenziali per la funzionalità e l’integrità dell’ intero corpo.

Cisgenesi: agricoltura del futuro

Nell’incontro “Agricoltura del futuro” che si è svolto a Milano nell’ambito di Expo 2015 si è parlato delle biotecnologie che verranno applicate nei prossimi anni per garantire a tutti il diritto al cibo.
La tecnica di “genoma editing” (definita da “Nature” la più rivoluzionaria in campo biologico) permette di cambiare le basi del DNA, un po’ come facciamo noi quando correggiamo le parole di un testo al computer. Grazie all’impiego di enzimi che i batteri usano per difendersi dai virus, si ottengono nel DNA della pianta mutazioni mirate che sono indistinguibili da quelle che potrebbero avvenire in natura.
La modificazione genetica non è un’invenzione moderna, ma è antica quanto l’agricoltura. La domesticazione delle piante che sono diventate quelle che oggi consentono la nostra nutrizione, non sono altro che una modificazione genetica dei loro progenitori selvatici, per renderli più utili a noi (più produttive, di migliore qualità, più facili da coltivare, più resistenti agli stress ambientali). L’unica cosa che è cambiata in 10 mila anni è la nostra capacità di farlo in modo più preciso e più rapido: nel passato non c’era che la selezione praticata dagli agricoltori, lentissima e limitata alle mutazioni che avvenivano localmente.
Negli ultimi 60 anni abbiamo potuto anche usare radiazioni ionizzanti e sostanze chimiche in grado di accelerare la frequenza delle mutazioni, per ottenere le varianti genomiche che la natura non aveva ancora prodotto. Così abbiamo ottenuto il grano duro della varietà Creso, con cui facciamo la nostra pasta. Ma la mutagenesi è un metodo rozzo: si sparano alla cieca migliaia di frecce, sperando che almeno una vada a colpire il bersaglio, ossia il gene che controlla la caratteristica che si desidera modificare.
Gli Stati europei che hanno vietato le coltivazioni OGM (secondo la Direttiva 412/2015) hanno detto che un’agricoltura senza OGM in Europa è possibile grazie alle nuove tecnologie (definite NBT vale a dire New Breeding Techniques) come la “cisgenesi” che è diversa dalla “transgenesi” perché riguarda il trasferimento di geni appartenenti allo stesso genere botanico. A differenza della transgenesi, nella cisgenesi vengono trasferiti solo geni di organismi strettamente imparentati. Per esempio è possibile creare una patata resistente ad alcuni batteri prendendo questa “resistenza” da varietà di patate selvatiche.
Anche nel melo selvatico (appartenente al genere “malus” come nei meli allevati per la frutticoltura) i geni di resistenza lo preservano dagli attacchi di due tra le più importanti malattie che possono colpire le pomacee: la “tirchiolatura” ( causata dal fungo Ventura inaequalis ) e il “colpo di fuoco batterico”, il cui agente batterico, per la sua pericolosità è inserito nella lista europea dei patogeni da quarantena e perciò soggetto a misure di lotta obbligatorie. Ovviamente, allo stato attuale delle cose, le due suddette malattie costringono i frutticoltori ad eseguire trattamenti con agro farmaci per arrivare alla raccolta dei frutti. In altre parole, la cisgenesi evita di introdurre nei meli materiali estranei genetici provenienti da altri organismi estranei, come per esempio un fungo, un insetto o un batterio. Ovviamente la cisgenesi presenta ancora dei lati migliorabili grazie ad ulteriori ricerche e altre problematiche che riguardano la legislazione di riferimento che dovrebbe distinguere questa nuova tipologia di prodotti cisgenesi da quelli transgenesi propriamente detti.
Poi ci sono i problemi legati ai costi per la preparazione di un appropriato dossier necessario per la realizzazione dei prodotti cisgenesi (stimati in alcuni milioni di euro). Costi di cui dovrebbe farsi carico l’ente pubblico e non l’organismo privato, come è successo con i prodotti transgenesi.
Uno degli artefici di questa tecnica è il fitopatologo del Politecnico di Zurigo Cesare Gessler, che da anni sviluppa questa metodologia in collaborazione con Silverio Sansavini professore emerito dell’Università di Bologna.
Alcuni agricoltori e la popolazione in generale rifiutano i vegetali ottenuti con tecniche di transgenesi, perchè i geni estranei inseriti in una pianta potrebbero produrre sostanze responsabili di allergie e “supererbacce” invasive, resistenti agli erbicidi. Molti di questi problemi in realtà non esistono quando vengono modificati geni della stessa specie. Il fitopatologo Cesare Gessler dice: i geni provenienti da un melo, per esempio, sono già stati consumati un’infinità di volte ed è escluso il rischio che un incrocio con altri tipi di meli produca una nuova specie nociva.

Meduse e alghe: nuove fonti proteiche

Per contrastare la malnutrizione e come esempio di sostenibilità ambientale, Antonella Leone dell’Istituto di Scienze delle produzioni alimentari (Ispa-Cnr),ha svolto una relazione nella conferenza “Research, substainability and innovation in new food” all’ Expo 2015 di Milano, sottolineando che le meduse possono trasformarsi da disagio in risorsa. Nel Mediterraneo ci sono centinaia di tonnellate di biomassa di questi cnidari, costituiti essenzialmente da acqua e proteine, soprattutto collagene, con efficace attività anti-ossidante. In particolare le molecole estratte dalla “Cassiopea mediterranea” (Cotylorhyza tubercolata) mostrano una significativa attività anti-cancro contro cellule di carcinoma mammario umano. Alcune specie, inoltre, per l’abbondanza di composti bioattivi, potrebbero rappresentare nuove fonti alimentari, o mangimi alternativi, e una preziosa risorsa di sostanze naturali di interesse biotecnologico, nutraceutico, nutracosmeceutico. Negli ultimi decenni si è osservato un incremento della presenza di meduse nel Mediterraneo, con un notevole impatto su pesca, acquacoltura, balneazione e persino sull’efficienza degli impianti industriali costieri. Lucas Brotz della University British Columbia (Canadà), che sta conducendo un’analisi del fenomeno “meduse” su scala mondiale finalizzata a una loro possibile utilizzazione, rileva che il loro aumento mette senz’altro a disposizione una preziosa fonte proteica, ma bisogna verificare che questa proliferazione non crei nuovi problemi. Anche le microalghe hanno importanti proprietà nutritive e rappresentano una delle fonti più promettenti di proteine e di composti bioattivi (acidi grassi polinsaturi, pigmenti e vitamine). Graziella Chini Zittelli dell’Istituto per lo Studio degli ecosistemi (Ise-Cnr) ha precisato che in particolare la Spirulina ( Arthrospira platensis) è ricca di proteine, pro-vitamina A, minerali come Ca-Fe-Mg, acido y-linolenico e fico cianina, ed è da secoli utilizzata come alimento in Asia, Messico, Afria. Cento grammi di questa microalga contengono almeno 60 g di proteine, una percentuale non riscontrabile nella carne, né in altre fonti vegetali. Potrebbe essere usata per realizzare alimenti nutraceutici come pane, pasta e prodotti caseari per anziani, bambini, sportivi e vegani. In Paesi meno ricchi potrebbe garantire una dieta bilanciata e ridurre la malnutrizione. Le colture microalgali possono anche diminuire in modo significativo il sovra-sfruttamento di suolo e acqua, per cui rappresentano una valida alternativa alle colture agricole tradizionali. Le sorprendenti proprietà nutritive di alcuni cibi largamente disponibili, ma culturalmente assenti dalla dieta dei popoli occidentali, come insetti, meduse, alghe, meritano essere valorizzate. Bisogna solamente fare attenzione a pianificare lo sfruttamento in modo intelligente, per evitare di produrre danni agli ecosistemi.

Nutrizione e salute R. Pellati - Anno 2015 Numero 3

Rivista : Anno 44/Numero 3
Autori/Authors : Pellati R.

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FITOSANITARI E ALIMENTI

Rivista : Anno 44/Numero 3
Autori/Authors : Sciarroni M.

Sommario
I consumatori sono sempre più attenti ai rischi alimentari, in particolare il riferimento riguarda i pericoli connessi all’assunzione di prodotti contaminati, nei quali possono essere presenti sostanze ed elementi estranei alla loro normale composizione. Al proposito, ai sensi dell’articolo 1 del Reg. CEE 315/93, i contaminanti alimentari vengono definiti nel seguente modo: “ ogni sostanza non aggiunta intenzionalmente ai prodotti alimentari, ma in essi presente quale residuo della produzione ( compresi i trattamenti applicati alle colture e al bestiame e nella prassi della medicina veterinaria), della fabbricazione, della trasformazione, della preparazione, del trattamento, del condizionamento, dell’imballaggio, del trasporto o dello stoccaggio di tali prodotti, o in seguito alla contaminazione dovuta all’ambiente”. Da ciò si evince che la suddetta contaminazione può avvenire in ogni fase della filiera. Al fine di evitare pericoli per la salute dei consumatori e pregiudizi per l’ambiente il legislatore comunitario ha improntato una normativa volta a fissare livelli severi e rigorosi dei residui delle sostanze in esame per mantenerne i valori molto bassi. Il presente contributo ha posto l’attenzione sulla contaminazione chimica degli alimenti in agricoltura e in zootecnia attraverso l’utilizzo illegittimo o improprio di fitosanitari ( pesticidi, diserbanti, erbicidi, antibiotici, fungicidi). Giova ricordare che, proprio in agricoltura, l’utilizzo di simili sostanze permette di difendere le coltivazioni dalle infestazioni e dalle malattie, tuttavia, il loro uso indiscriminato e scorretto può degenerare ed originare un’alta percentuale di presenza di residui in molti prodotti alimentari sia di origine animale che vegetale.

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