Anno 45/Numero 1

Alimenti prebiotici: caratteristiche nutrizionali e salutistiche

Rivista : Anno 45/Numero 1
Autori/Authors : Merendino N.

Editoriale

Un alimento prebiotico è un alimento che contiene un ingrediente in grado di stimolare selettivamente la proliferazione di microrganismi favorevoli (bifidobatteri e batteri lattici) e quindi di avere effetti positivi sulla salute.
I potenziali effetti favorevoli di un prebiotico sono quelli di agire come barriera contro germi patogeni, di stimolare il sistema immunitario locale e generale, di ridurre i microrganismi putrefattivi, di essere ipolipidizzante, di proteggere contro i tumori del colon, di migliorare l’assorbimento di minerali.
I meccanismi ipotizzati alla base degli effetti favorevoli indicati sono quelli dell’aumentata produzione di mucina, della formazione per via fermentativa intestinale di acidi grassi a corta catena e dell’inibizione degli enzimi della lipogenesi a livello epatico. I prebiotici sono costituiti per lo più da carboidrati non disponibili, quali varie fibre del tipo idrosolubile, lattulosio e altri oligosaccaridi contenenti xilosio, mannosio e galattosio.
Particolarmente studiati sono stati i polimeri del fruttosio (fruttani) quali l’inulina e i fruttooligosaccaridi (FOS) contenuti in quantità diverse in vari alimenti vegetali, quali carciofi, cipolle, cicoria, banane e frumento. Quest’ultimo pur non avendo elevate concentrazioni di fruttani rappresenta la fonte di introito principale con la dieta per l’uomo.
Diversi studi sono stati condotti sia in vitro che in vivo sia su modelli animali sia sull’uomo, con fruttani estratti da fonti vegetali e addizionati in dosi fino al 10% alla dieta consumata. Studi in “vivo” hanno dimostrato che la concentrazione di fruttani varia durante le diverse fasi di
maturazione ed è particolarmente elevata nel primo periodo di crescita. Tra i fruttani sono soprattutto
presenti quelli a basso peso molecolare (FOS). I risultati di questi studi hanno messo in evidenza che il frumento immaturo giuoca un ruolo importante
in parametri della risposta immunitaria quali la proliferazione linfocitaria e le sottopopolazioni linfocitarie, particolarmente a livello del sistema immunitario locale, stimolando la prima e modificando la composizione delle seconde. La dieta a base di frumento immaturo ha anche mostrato un effetto favorevole sul metabolismo lipidico, facendo registrare un abbassamento della concentrazione di trigliceridi e del colesterolo totale e sue frazioni lipidiche, a conferma di quanto già osservato in altri studi nei quali però i fruttani isolati sono stati aggiunti alla dieta in diverse proporzioni.
I dati indicano quindi che il frumento immaturo, quale fonte più concentrata di fruttooligosaccaridi, può essere considerato un alimento naturalmente prebiotico, anche se sono ovviamente necessarie ulteriori ricerche per poter trasferire questi risultati nell’alimentazione umana. Tutti questi studi stanno quindi dimostrando che ci sono molte strategie per arricchire in maniera naturale alcuni alimenti di sostanze utili al miglioramento del benessere dell’uomo e questo dovrebbe stimolare sempre più l’industria alimentare a investire per la messa a punto di nuovi ingredienti che diano all’alimento caratteristiche “funzionali”.

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Rivista : Anno 45/Numero 1

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Obesità e genetica

Secondo Hermann Toplak, dell’European Association for the Study of Obesity, il sovrappeso e l’obesità sono il problema di salute più importante del 21° secolo.
Il fenomeno è di portata mondiale, ma interessa soprattutto 10 Paesi: USA (13 %), Cina e India (15 %), Russia, Brasile, Messico, Egitto, Germania, Pakistan e Indonesia. Com’è noto, l’Italia è molto interessata a questo problema.
Benchè nella maggior parte dei casi dipenda da comportamenti poco salutari (diete ipercaloriche ed esagerata sedentarietà), in una percentuale piccola ma significativa la causa è nei geni. In altre parole è la manifestazione primaria di una malattia genetica. Infatti esiste una percentuale di persone obese (circa il 6 %) in cui adottare uno stile di vita salutare non è sufficiente per evitare il sovrappeso.
Emilio Hirsch, professore di biologia applicata presso il Centro di biotecnologie molecolari dell’Università di Torino, che ha ricevuto un finanziamento da Telethon, (per studiare i meccanismi delle forme genetiche di obesità) afferma che la forma più comune di obesità congenita fino ad oggi identificata è dovuta ad un deficit di una proteina presente nel cervello: il recettore della melanocortina-4 (MC4R). Questi soggetti presentano un aumento incontrollato dell’appetito già nel primo anno di vita e fin dall’infanzia sviluppano problemi ossei, eccessiva produzione di insulina che presto porta al diabete e successivamente anomalie della funzione riproduttiva.
Spiega il prof. Emilio Hirsch: “mentre studiavo con la mia equipe una famiglia di enzimi che nella cellula funzionano come dei megafoni, amplificando cioè dei segnali stimolati da altri, pensavamo che potessero essere sfruttati nella lotta ai tumori, ma come spesso accade nelle ricerche, ci siamo imbattuti in tutt’altro: se provavamo a “spegnerli” nel modello animale osservavamo un dimagrimento significativo, con perdita della massa grassa senza che venisse intaccato il muscolo. Successivamente si è notato che questi enzimi facevano da freno per un particolare recettore presente in alcune zone del cervello che normalmente regola la produzione di adrenalina. Gli individui che hanno questo recettore “difettoso” secernono poca adrenalina nel tessuto adiposo e quindi sono naturalmente resistenti al dimagrimento. I farmaci in grado di modulare l’attività del recettore MC4R saranno oggetto di future ricerche.

Il problema sarcopenia

Com’è noto, la sarcopenia si caratterizza per la presenza di 3 criteri: ridotta massa muscolare, ridotta forza muscolare, ridotta performance fisica (cui si aggiungono disabilità fisica e ridotta qualità di vita). Si tratta di un tema attuale dato che in Italia la longevità è in progressivo aumento, con tutte le conseguenze che ne derivano (nutrizione inadeguata, inattività fisica, malattie neurovegetative, prolungato allettamento, problemi psicologici, ridotta funzione immunitaria e funzionalità degli organi vitali).
Le possibilità di valutazione oggi sono diverse, dalla tomografia assiale computerizzata alla risonanza magnetica nucleare, alla forza di contrazione della mano, alla velocità del cammino per una breve distanza.
Un gruppo di ricercatori diretti da Nicolaas E.P. Deutz della University of Arkansas for Medical Science, a Little Rock (USA) ha effettuato un trial randomizzato in doppio cieco in 24 soggetti anziani (pubblicato su Clinical Nutrition) ed ha rilevato che il trattamento con Hmb ha prevenuto il declino della massa muscolare magra.
La sostanza denominata Hmb (beta-idrossi-beta-metilbutirrato) è un metabolita dell’aminoacido leucina che riesce a contrastare la progressiva perdita dovuta all’età della massa magra corporea. In altre parole l’Hmb svolge a livello muscolare, attraverso meccanismi anticatabolici, una diretta influenza sulla sintesi proteica.
Per ottenere un’azione integrata sulla struttura e sulla funzione muscolare delle persone anziane è stato messo a punto un supplemento nutrizionale orale e bilanciato caratterizzato da una miscela di Hmb, vitamina D e proteine nobili, tutti nutrienti che contribuiscono al mantenimento della salute dell’apparato scheletrico e della normale funzionalità muscolare.

L’esperienza dei crocoburger e del latte di cammella

L’esperienza alimentare più originale vissuta nel corso di Expo recentemente svolto a Milano è stata senz’altro la possibilità di assaggiare i famosi “crocoburger” dello Zimbabwe, confezionati con carne di coccodrillo, un animale che ha sempre alimentato la fantasia nel cinema, nelle canzonette dei bambini, nelle leggende metropolitane, ma nella tavola italiana non è mai stato presente. Per indicare un rimpianto sono famose le “le lacrime di coccodrillo” che esistono davvero, dato che l’animale non suda e dovendo espellere i sali dall’organismo utilizza i propri globi oculari. Essendo un animale a rischio di estinzione si sono sviluppati gli allevamenti soprattutto per la produzione di scarpe, borse, cinture ed altri accessori del mercato del lusso.
Sulle proteine di origine esotica il periodico Eurocarni riporta un articolo di Josette Baverez Blanco che ricorda come il coccodrillo è sempre stato utile alla sopravvivenza di certi popoli e quindi è una preda da cacciare per la sua carne bianca, gustosa, dal sapore di pollo. Il suo basso contenuto di grassi e colesterolo, e il suo alto valore proteico ne fanno invece una carne raccomandabile dal punto di vista dietetico. Girando il mondo, la sua carne si trova abbastanza facilmente, in particolare in Florida, dove bistecche e hamburger sono di uso comune, forse un cascame degli usi gastronomici degli indiani Seminole, ma anche in Sud Africa e Australia, o nelle Filippine, che esporta la carne per “l’upper class” russa.
Il console dello Zimbabwe, Georges El Badaoui, si è stupito che solo nel nostro Paese sia ancora vietata la vendita di questa carne così interessante e garantita a livello di salubrità, dato che è solo di allevamento. A Milano, nel corso di Expo si è potuto offrirla al pubblico dopo severi controlli. Si tratta di una carne che si presta a vari metodi di cottura, fritta, alla brace. Volendo si può cucinare anche al ragù, con cipolla di Tropea, pomodorini di Pachino, aglio di Vessalico, per utilizzarla anche nei nostri menù.
Il console dello Zimbabwe ha anche dato una buona notizia: vengono reinseriti 3 coccodrilli in natura per ogni 100 uova messe in incubatrice. Quindi la conservazione della specie è garantita.
Un’altra notizia relativa ai cibi ancora da valorizzare è fornita dagli esperti del NutriCentre di Londra e riportata dall’Accademia dei Georgofili riguarda il latte di cammella e dromedaria: si tratta di un concentrato di benessere. Rispetto al latte vaccino infatti “l’oro bianco” del deserto, tanto amato dalle popolazioni Tuareg, è 5 volte più ricco di calcio e 3 volte di vitamina C, povero di caseina, ricco di acidi grassi polinsaturi. Cento ml contengono solamente 53 calorie rispetto alle 62 del latte intero di mucca. Il latte di cammella è leggero e digeribile al punto tale che può essere un ottimo sostituto del latte materno.
Dal punto di vista della salute, si ritiene anche che il latte di cammella e dromedaria tende a migliorare l’attività del sistema immunitario. Si può acquistare anche in Italia in provincia di Catania dove Santo Fragalà alleva dromedarie che a regime producono fino a 20 litri al giorno.

Aumento di peso e flavonoidi

Uno studio condotto da Monica Bertola della Harvard T.C. Chan School of Public Health di Boston e pubblicato su BMJ del 2016 per determinare quali tipi di frutta e verdura siano migliori nel prevenire l’aumento di peso (in un determinato periodo di tempo) al fine di perfezionare le linee guida dietetiche, in estrema sintesi si può dire che bisogna rivolgersi ai cibi ad alto contenuto di flavonoidi.
Dei diversi tipi di flavonoidi, le classi associate con un miglior mantenimento del peso sono i flavonoli, gli antociani (provenienti dai consumi di mirtilli e fragole) e i polimeri flavonoidi (provenienti dai consumi di tè e mele)
La frutta come mele, pere, bacche rosse, rappresentano le principali fonti di flavonoidi, ma possono anche essere assunti in alcune verdure come i peperoni rossi.
Il sondaggio si è rivolto a 124.000 operatori sanitari statunitensi (provenienti da tutti gli stati degli Stati Uniti) e i partecipanti hanno riportato il loro peso ogni 2 anni compilando dei questionari dietetici, abitudini di vita, diagnosi mediche, età compresa fra i 27 e i 65 anni.
I risultati sono stati aggiustati per i fattori dello stile di vita legati alla variazione di peso, le ore trascorse a guardare la TV, la sedentarietà, l’assunzione di bevande zuccherate, cibi fritti, bevande alcooliche, caffè, carni trasformate, cereali integrali, cibi ricchi di grassi provenienti da prodotti lattiero-caseari.
Lo studio presenta alcuni limiti che riguardano soprattutto i possibili errori dei partecipanti nel riportare con precisione i consumi e le variazioni del peso, ma anche il fatto di non aver indagato tutti i tipi di flavonoidi consumati.
E’ anche possibile che le persone che mangiano più frutta e verdura possono avere una più facile gestione del loro peso nel tempo, perché consumano una dieta più sana e introducono meno calorie.
Complessivamente, considerando tutti i dati raccolti, si è visto che la metà dei partecipanti ha consumato almeno 224 – 247 milligrammi di flavonoidi al giorno in un periodo di 4 anni. I partecipanti hanno guadagnato una media di 2,2-4,4 chili. Ma l’aumento di peso delle persone con un più alto consumo di cibi ricchi di flavonoidi si è stabilizzato ai limiti inferiori.

Cibi vegetali e prevenzione dei tumori

Sono sempre più numerose le evidenze del ruolo importante attribuito a tutti quei metaboliti secondari presenti in molti prodotti vegetali tipici della dieta mediterranea. Nel periodico “Farmacista 33” Francesca De Vecchi segnala che le piante producono composti (polifenoli, carotenoidi, terpeni, glucosinolati) che svolgono ruoli di difesa contro alcuni predatori o nei confronti di stress ambientali come temperatura o stress idrico.
Le Crucifere o Brassicacee famiglia di cui fanno parte broccoli, cavolfiori, rape, cavolini di Bruxelles, sono la principale fonte alimentare di glicosinolati, un gruppo di fitocomposti ai quali viene riconosciuta una spiccata attività di chemoprevenzione nell’uomo. Si tratta di composti solforati che vengono idrolizzati a isotiocianati e indoli dall’enzima mirosina (presente sia nei tessuti vegetali ma anche prodotto dai batteri intestinali) ed è a questi metaboliti bioattivi che si deve l’azione protettiva verso lo sviluppo di alcune forme tumorali.
I vegetali in questione, a cui proprio i glucosinolati conferiscono l’aroma caratteristico, vengono per lo più consumati cotti e il trattamento termico in seguito alle modificazioni fisico-chimiche che induce, può alterare la biodisponibilità delle molecole bioattive (che però dipende anche dal transito intestinale e dalla composizione della flora batterica).
La concentrazione dei glucosinolati può essere ridotta sia per azione dell’enzima suddetto (che comincia ad agire quando le pareti cellulari, in cui è contenuto, tendono a disgregarsi), sia per l’inattivazione indotta dal calore.
Di conseguenza un ruolo fondamentale viene giocato anche dal metodo di cottura: nella bollitura, per esempio, una prima perdita di composti si ha già in seguito al contatto con l’acqua ( quindi più liquido, più perdita) e in seguito all’azione meccanica che questa esercita sulle strutture cellulari durante la cottura.
Secondo uno studio dell’Università di Parma, il vapore è la tipologia di cottura che meglio preserva i glucosinolati presenti nei broccoli, cavolfiori e cavolini di Bruxelles. La perdita di elementi e il danno termico sono infatti contenuti con questa tecnica culinaria perché i vegetali non sono a contatto con il liquido di cottura, come avviene invece nella bollitura.
Anche le microonde garantiscono una maggior ritenzione di glucosinolati (rispetto alla bollitura), soprattutto quando si parte dal prodotto fresco rispetto a quello surgelato.
La NFI (Nutrition Foundation of Italy) segnala invece l’effetto protettivo nei confronti dei tumori del cavo orale, faringe e laringe ottenuto con aglio e cipolla consumati regolarmente dato che questi vegetali, oltre alle vitamine e ai sali minerali, contengono interessanti composti organo solforati. L’efficacia delle suddette sostanze era già stata messa in luce nei processi biologici focalizzati sull’apparato gastroenterico (stomaco e colon retto). Un ‘analisi eseguita dal
“INHANCE consortium”ha preso in esame gli effetti del consumo regolare di aglio, una o più volte al giorno (otto studi caso-controllo) ed è emersa una riduzione significativa (- 26 %) del rischio complessivo dei tumori a carico delle sedi suddette. Per quanto riguarda la cipolla , invece, il dato risulta significativo solo per un consumo di oltre 3 porzioni alla settimana (una porzione è intesa come una cipolla media di 80 g) e la protezione è significativa (con una riduzione del rischio del 30%)
solo per il tumore della laringe. Gli autori sottolineano inoltre che le abitudini alimentari che comprendono l’utilizzo di aglio con pomodori e olio evo sia in cottura (sughi, salse, preparazioni varie), sia a crudo, possono aver influito positivamente sul risultato. Ovviamente l’astensione dal fumo e la riduzione del consumo di alcoolici a livelli moderati restano comunque le principali strategie preventive nei confronti di tumori del cavo orale, faringe e laringe.
Tuttavia, analizzando separatamente vegetariani e vegani in due grandi studi effettuati in Inghilterra (Oxford Vegetarian Studi-OVS ed European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition –EPIC Oxford) non è emersa alcuna differenza statisticamente significativa nella mortalità per le prime 6 maggiori cause di morte fra vegani e consumatori abituali di carne.
I dati sono risultati sovrapponibili anche confrontando la mortalità prima dei 75 anni e a 90 anni.
Questi risultati, riferibili a una popolazione britannica, suggeriscono che tra gruppi omogenei di vegetariani e di non vegetariani (escludendo persone che consumano pesce, ma non carne e i consumatori di carne 5 volte alla settimana in media) la mortalità per tutte le cause risulta praticamente comparabile.
La situazione è diversa per quanto riguarda le cause di morte: un tema che, suggeriscono i ricercatori, merita ulteriori approfondimenti.

Acquacoltura in espansione

Oggi l’acquacoltura è una delle attività produttive con il più alto tasso di crescita ed è in grado di fornire un soddisfacente prodotto ittico come risposta alla crescente domanda di proteine nobili non soddisfatta dalla pesca ottenuta con risorse marine naturali.
Un articolo di Dario Cianci segnala sul periodico dell’Accademia dei Georgofili che, mentre la pesca tradizionale è in calo, l’acquacoltura cresce ogni anno del 10 % e, con il 40 % del pesce alimentare, è il comparto delle produzioni animali con la maggior crescita a livello mondiale.
L’Italia nei passati decenni ha avuto un forte sviluppo in questo settore, ma se negli anni ottanta era in Europa il primo produttore di specie pregiate (soprattutto spigole e orate), oggi è il quinto, per il forte tracollo subito negli ultimi anni. Inoltre i Paesi del Sud Mediterraneo (Tunisia, Egitto, Libia e Turchia) stanno investendo in acquacoltura e saranno forti concorrenti per l’Italia che già dipende dalle importazioni per l’aumento del consumo interno e la stagnazione della pesca.
Il pesce è sempre stato un componente fondamentale nell’alimentazione umana. Le sue proteine sono di alto valore biologico e grazie al basso contenuto di purine e pirimidine determinano una bassa produzione di acido urico. In grassi sono presenti in misura variabile, ma sono apprezzati per gli acidi polinsaturi omega-3 omega-6 e il basso contenuto di colesterolo, per non dire dei fosfolipidi, vitamine e minerali. I pesci appaiono nella storia dell’alimentazione non solo come cibo, ma anche per il valore simbolico loro attribuito: in affreschi tombali egizi e nei mosaici romani sono stati simbolo di sessualità. Basta pensare alle sirene di Omero che incantavano i marinai e il delfino che era simbolo di Afrodite. Il Cristianesimo attribuisce al pesce un significato mistico infatti Gesù cerca i discepoli tra i pescatori e compie il miracolo dei pani e dei pesci.
Il consumatore frequentemente chiede se il pesce allevato è paragonabile a quello pescato. Ovviamente non è possibile una risposta valida per tutti i prodotti: le qualità bionutrizionali ed organolettiche dei prodotti di allevamento variano in relazione alla specie ed alle tecnologie adottate. Per di più il pesce di allevamento ha una minore concentrazione di sali minerali e il rischio di possibili sofisticazioni dei mangimi con i quali viene alimentato, ma quello selvatico è esposto al rischio di scorie tossiche (metalli pesanti come il mercurio, ma anche diossina, e policlorobifenili).
Ci sono dubbi anche sulla possibilità di riconoscere il pescato dall’allevato, perché l’offerta di soggetti di taglie omogenee non significa che la scelta sia avvenuta in un impianto di acquacoltura. Può essere di aiuto l’etichetta sulla quale, per legge dell’UE devono essere precisati: la specie, se si tratta di pesce pescato o allevato, lo Stato membro o il Paese terzo in cui si è svolta la fase finale dell’allevamento, l’eventuale zona di cattura dei giovani esemplari.
Le specie più consigliate sono le carpe (comune, erbivora, testa grossa, argentata), la spigola (nota anche come branzino), l’orata, il cefalo, il merluzzo, il rombo, la trota, lo storione, la sogliola. La triglia e la spigola compensano il leggero eccesso di grassi con la ricchezza di fosforo e potassio. L’orata raccoglie molti consensi per il ridotto numero di lische.
Qualche dubbio rimane sul salmone perché concentra nelle carni le sostanze nocive prese dalle acque e per le scorie che rilascia nell’ambiente. I gamberi tropicali che arrivano dall’Asia e dall’America Latina lasciano qualche perplessità per il sistema intensivo e lo stesso dubbio rimane per il pangasio allevato in Vietnam in acque ad alto tasso di inquinamento (frequentemente scelto dalle mense aziendali e scolastiche per il basso costo e per la polpa priva di lische) e frequentemente importato surgelato e trattato con tripolifosfato di sodio.
Comunque va sottolineato che l’acquacoltura è una valida alternativa alla pesca per consentire la disponibilità di alimenti pregiati. Rimane il problema che le specie acquatiche sono stimate in 250.000 specie e, secondo la FAO, ne vengono utilizzate poco più di 1.200 delle quali 20 coprono l’80 % della produzione mondiale. Di conseguenza c’è uno spazio enorme per studi bromatologici con l’aiuto della tecnologia alimentare e dell’inventiva gastronomica.

La prima colazione nei vari continenti

Un’indagine realizzata dall’Osservatorio Doxa e AIDEPI (Associazione delle Industrie Dolciarie e Produttori di Pasta) rivela che in Italia cresce la percentuale di coloro che iniziano la giornata con la colazione (circa 9 italiani su 10), e scendono quelli che non la fanno: negli ultimi 2 anni dal 14 % al 9 %.
Com’è noto, la colazione “dolce”risulta la preferita. Solo il 7 % degli italiani consuma una colazione salata (si verifica in alcune zone liguri e pugliesi). Secondo la nutrizionista Valeria Del Balzo, la colazione dolce rappresenta il modello preferibile. Quella salata presenta un contenuto di grassi almeno doppio, un tasso di colesterolo e di sodio superiore, una quota sbilanciata di proteine di origine animale e un contenuto calorico pari a 415-440 kcal. La colazione dolce si colloca in un range di 230-315 calorie. Secondo l’antropologo alimentare Marino Niola il dolce al mattino ci permette di aumentare il tasso di serotonina, dandoci euforia e lo sprint necessario per affrontare la giornata.
La colazione “dolce”è preferita negli altri Paesi mediterranei (Francia Spagna e Grecia), mentre gli anglosassoni sono ancorati al tradizionale “egg and bacon”, e in Turchia sono tipici formaggi, burro, uova, pomodori, cetrioli, peperoni, miele e marmellata.
Il periodico “Industrie Alimentari” riporta anche un excursus ideato da AIDEPI relativo alle colazioni consumate in altri continenti.
Negli USA un must della prima colazione sono i pancakes, i muffin, le ciambelle ricoperte di cioccolato o glassa di zucchero. Tuttavia sono numerosi gli statunitensi che non disdegnano il salato (prosciutto, formaggio, uova, pane) oltre al caffè, tè, dolci, burro, torte.
In Cina, protagonista della colazione è il riso con tè bianco accompagnato dai “fan” (un piatto a base di cereali, come orzo, riso, granturco) o dai “cai”(un contorno cucinato con pesce, carne e verdure). Stranamente sono esclusi latte e caffè.
Gli indiani benestanti prediligono il tipico pane “chapati”, gli involtini di riso e altri cereali. Nel Nord dell’India si prediligono i legumi.
Anche in Giappone la giornata inizia con il riso, uova, pesce, verdure e zuppe varie.
Nel Sud Est asiatico è molto apprezzato l’abbinamento riso-pesce, diffuso anche nelle Filippine e a Singapore, con l’aggiunta di latte e cocco.
In Africa, nei Paesi magrebini, al mattino si consuma il tè verde alla menta con fette di pane bianco abbinato al cous-cous con gocce di olio argan, dal sapore di nocciola e dal colore dorato.
In Senegal e nel Gambia, si prediligono invece le arachidi accompagnate da un impasto di miglio, pomodori e verdure.
La prima colazione in Sud America è quella più vicina alla nostra: comprende infatti caffèlatte, tè, pan dolce o piccoli croissant in formato mignon. Fa eccezione il Perù,
dove si gustano piatti a base di mais, carne e olive oppure pesce fritto e cipolle. Tuttavia di primo mattino non mancano mai il burro, marmellata e un caratteristico pasticcio di carne, cipolle e pomodoro con tè e caffè come conclusione.

Nutrizione e salute R. Pellati - Anno 2016 Numero 1

Rivista : Anno 45/Numero 1
Autori/Authors : Pellati R.

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