Anno 45/Numero 2 | FOSAN

Anno 45/Numero 2

Scarica la rivista - Anno 2016 Numero 3

Rivista : Anno 45/Numero 2

Scarica questo numero della rivista.

Scarica la rivista - Anno 2016 Numero 2

Rivista : Anno 45/Numero 2

Scarica questo numero della rivista.

Junk food o alimentazione spazzatura?

Il cibo “spazzatura”, espressione ricalcata dall’inglese “junk food”, viene sovente citato dai media ed è un tipo di cibo considerato malsano per il basso valore nutrizionale o, meglio, per lo squilibrio compositivo dovuto alla presenza di poche proteine e/o ricchezza di grassi e zuccheri. Riconducibili a questa tipologia di alimenti troviamo gli hamburger, hot dog, patatine fritte, i soft drink, preparati e distribuiti dall’industria.
Le malattie più comuni verso cui conduce l’uso esagerato di questi cibi sono l’obesità, il diabete,le patologie cardiovascolari, alcuni tipi di cancro, alterazione dei normali parametri degli esami del sangue.
Fino a che punto tutto questo risponde a realtà ?
A questa domanda risponde Giovanni Ballarini (Rettore e Primario Emerito all’Università degli Studi di Parma e Presidente dell’Accademia Italiana della Cucina)) nel periodico Eurocarni.
“ Un cibo può essere più o meno completo, più o meno equilibrato e non va giudicato in sé, ma riguardo all’uso che se ne fa e al suo inserimento della dieta.
Lo stesso latte, forse il cibo più naturale che esista, se usato da solo e per lungo tempo risulta deleterio. In passato molti nobili inglesi hanno contratto la gotta alimentandosi quasi esclusivamente di carne. Forse allo stesso modo di hamburger e patatine fritte dovrebbero essere giudicati , se non proprio cibo spazzatura, per lo meno dannosi sotto molto aspetti e anche altri cibi tradizionali italiani come il lardo pestato, la polenta fritta, il gnocco accompagnato da salumi e altri fritti e grassi molto scarsi di proteine. In passato questi cibi non costituivano un pericolo perchè usati sempre con moderazione e con uno stile di vita molto attivo.
Anche se ad alcuni può sembrare paradossale, molti prodotti industriali sono più sicuri di quelli tradizionali perchè preparati nel rispetto di norme igieniche rigorose , e non è un caso se gran parte delle infezioni e intossicazioni alimentari avvengono nell’ombra delle cucine di casa.
La dieta mediterranea dei nostri bisnonni comprendeva circa mezzo chilo di pane al giorno, due etti di pasta ben condita,un pezzo di formaggio, un chilo di frutta, mezzo litro di vino, e quasi sempre mancava la carne. Una dieta che, se seguita alla lettera oggi, provocherebbe problemi superiori a quelli esistenti. In altre parole, salvo rare eccezioni, non esistono “cibi spazzatura”, ma soltanto comportamenti “alimentari spazzatura”o quanto meno non equilibrati e scorretti.

L’alimentazione equilibrata

Eugenio Del Toma (Primario Emerito di Dietologia del San Camillo-Forlanini di Roma e Presidente Onorario ADI -Associazione Dietetica Italiana) e Agostino Macrì (Docente di Igiene degli Alimenti all’Università Campus Bio-Medico di Roma e Responsabile per la sicurezza alimentare dell’UNC- Unione Naz. Consumatori) hanno pubblicato un libro molto interessante “L’alimentazione equilibrata” che è stato definito un volo radente sul panorama del dibattito mediatico attorno all’alimentazione (Edizioni Edra LSWR –Milano).
Oggi la televisione, la radio, i giornali e le riviste periodiche rivolte al pubblico femminile, affrontano i problemi della nutrizione umana con la stessa superficialità con cui producono oroscopi e ricette gastronomiche.
Malgrado l’insistenza dei media sul tema del cibo e delle diete, tutt’ora non è chiaro alla maggioranza della popolazione, quali scelte siano davvero determinanti e quanti sacrifici dietetici siano, invece, un inutile retaggio di pregiudizi o dottrine mai verificate sperimentalmente.
Gli autori (sinergizzando le loro specifiche conoscenze ed evitando il pericolo del trattato esclusivo per gli addetti ai lavori) si soffermano sui punti salienti delle attuali discussioni sui problemi dell’alimentazione: le divisioni ideologiche tra vegetariani, vegani, onnivori e carnivori, il mercato salutistico dei prodotti da banco,
il terrore dei grassi e il pericolo di sottovalutare la loro essenzialità, il problema degli OGM, le scorciatoie per dimagrire, l’esaltazione del biologico e dei prodotti artigianali, le carni bianche e rosse. Va tenuto presente che gli alimenti, in regola con le leggi del commercio, non sono dal punto di vista nutrizionale, né buoni, né cattivi. Sarà invece il totale energetico veicolato dai nutrienti assimilati nell’intera giornata a causare problemi, in una società divenuta super sedentaria e con quasi il 58 % di soggetti in sovrappeso o obesi.
Il libro è suddiviso in 3 sezioni: buon senso, scienza e coscienza, e le sezioni sono percorse da un vero e proprio filo conduttore che, vestendo il camice del medico, vuole evidenziare la necessità di riscoprire il motivo per cui si mangia, ovvero vivere.
Gli autori concludono il libro scrivendo: “ Abbiamo cercato di dare informazioni non sulle ipotesi o sulle speranze dei ricercatori, ma sui dati attendibili dell’epidemiologia e sui consigli dietetici che razionalmente ne possono scaturire.
In sintesi, un aggiornamento per superare pregiudizi e allettamenti consumistici, ma anche rispettoso, nei limiti del possibile, della complessità insita nel rito alimentare quando si deve mediare tra il gusto della buona tavola e il traguardo del benessere fisico e della longevità”.

Appetito e sazietà: nuove ricerche

La lotta all’obesità mostra cifre sempre più preoccupanti: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la metà degli adulti è in sovrappeso od obesa, e più del 25 % dei bambini di 8 anni è obesa. Di conseguenza sono in aumento gli studi su questo problema.
Uno studio pubblicato sulla rivista PNSAS (Proceeding of the National Academy of Sciences) guidato da Luigia Cristino (Istituto di Chimica biomolecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pozzuoli) in collaborazione con Ceinge (Istituto di biochimica delle proteine del Cnr-UniversitàFederico II di Napoli e Università Carlo Bo di Urbino) ha rivelato il paradosso del cervello degli obesi: risiede nei circuiti deputati a garantire la sopravvivenza degli animali producendo il peptide orexina-A che promuove la veglia e l’allerta durante la caccia al cibo.
Quando la fame assale, si verifica nell’ipotalamo una diminuzione del livello circolante dell’ormone leptina, che di solito oppone un freno al desiderio di cibo.
Contemporaneamente sale il livello dell’endocannabinoide 2-AG che promuove un aumento della fame. Da tempo si sapeva che gli endocannabinoidi stimolano l’appetito. La novità consiste nell’aver scoperto che l’orexina-A è un potente induttore della sintesi dell’endocannabinoide 2-AG, reprime i neuroni dell’ipotalamo che inducono sazietà, oltre a promuovere la veglia, contribuendo così a favorire l’obesità.
In altre parole, tale meccanismo serve ad assicurare un corretto apporto di energia durante la veglia in individui normopeso, ma esso diventa difettoso in caso di obesità a causa del malfunzionamento della leptina. Ciò innesca un circolo vizioso: aumento di appetito e aumento del peso corporeo che porta al punto di “non ritorno”: il cervello non riesce più a spegnere il senso di fame.
Questo studio (conclude Vincenzo Di Marzo- direttore dell’Istituto di Chimica biomolecolare del CNR di Pozzuoli) individua nei recettori dell’orexina-A degli ottimi bersagli farmacologici che potranno essere sfruttati, nei prossimi anni per combattere l’obesità.
Secondo altri ricercatori, nella lotta all’obesità, non va trascurato il progresso tecnologico e sociale, con i conseguenti cambiamenti dello stile di vita. Domenico Cucinotta, Past President dell’Associazione Medici diabetologi (AMD), propone di esaminare l’obesità nelle sue varie sfaccettature epidemiologiche, cliniche e sociali.
Il periodico dell’UNAMSI segnala (a proposito del Rapporto 2015 dell’Italian Barometer Diabetes) che alcuni ricercatori americani hanno messo a punto un indice, il “modernization index”, un predittore dello sviluppo di obesità e diabete nelle popolazioni a rischio. Viene calcolato in base al tipo e al numero di alcuni oggetti-simbolo della moderna vita quotidiana: ad esempio, frigorifero, telefono, televisore, automobile, lavatrice, cellulare, internet, lettore DVD. Gli abitanti delle città risultano infatti più attivi quando sono circondati da ambienti percepiti come sicuri, gradevoli, dotati di spazi verdi capaci di incentivare il movimento, con impatto positivo sulla riduzione del rischio cardiovascolare e delle malattie metaboliche. Al contrario la mancanza di servizi pubblici incentiva l’uso dell’auto privata, dei motoveicoli, la sedentarietà e, in definita, stili di vita meno sani con maggiori livelli di inquinamento atmosferico e acustico.

Cibi gluten free

Con un aumento record del 50 % negli acquisti, gli alimenti senza glutine sono quelli che hanno fatto registrare il maggior tasso di incremento nel 2015. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti. Si tratta di un settore in forte espansione per l’aumento delle intolleranze alimentari, ma anche per il cambiamento delle abitudini con tre italiani su 10 che, secondo una indagine Doxa, pensano addirittura che una dieta senza glutine faccia dimagrire.
Questa convinzione è smentita dagli esperti. Secondo Luca Piretta, Specialista in gastroenterologia e docente presso l’Università “Campus Bio-medico di Roma”non esiste alcun fondamento scientifico sul ruolo di una dieta senza glutine nel calo ponderale. Anzi, nei cereali gluten free l’apporto calorico può essere addirittura
superiore, dato che il glutine rappresenta una parte della componente proteica dei cereali che lo contengono”. Luca Piretta spiega che la quota proteica dei cereali contenenti glutine si aggira intorno al 10-12 %, mentre è presente tra l’8 e il 10 %
nei cereali gluten free, peraltro più ricchi di carboidrati o grassi.
Il rischio di una dieta senza glutine, inoltre, secondo gli esperti, è quello di compensare l’adeguato e necessario apporto di carboidrati complessi con un’alimentazione eccessivamente ricca di grassi, che determinerebbe un maggior apporto calorico, ottenendo quindi esattamente l’opposto dell’effetto sperato.
Secondo l’ultimo censimento del Ministero della Salute che ha evidenziato i rischi di autodiagnosi ed eliminazione preventiva del glutine dalla dieta, in Italia sono circa 170 mila i celiaci diagnosticati. Eppure ben 2 milioni di famiglie acquistano prodotti senza glutine, per un mercato che muove 101 milioni di euro ed è cresciuto del 31 %
in un anno. In altre parole, la “glutenfobia” si sta diffondendo senza fondamento: il glutine è dannoso solo per i celiaci e gli ipersensibili, quindi l’1 % della popolazione mondiale. Gli altri possono mangiarlo senza problemi.
Il successo commerciale dei prodotti senza glutine è dovuto anche al fatto che il loro prezzo è sempre superiore al corrispettivo “normale”, senza reali motivazioni tecnologiche, ma di altra natura. Infatti in Italia i prodotti senza glutine sono considerati alimenti dietoterapici, sovvenzionati dal Servizio Sanitario, con la conseguenza che, pagando lo Stato, il prezzo di questi prodotti rimane alto e all’aumentare del numero delle diagnosi e quindi dei celiaci, il loro prezzo anziché scendere (come succederebbe per quelli di libero mercato) rimane costante, anzi aumenta, come si nota negli ultimi anni.
Probabilmente una certa percentuale di persone ha difficoltà a digerire il glutine della pasta cotta al dente o del pane ottenuto con una rapida fermentazione non acida senza lievito di birra, con la conseguenza di fermentazioni nel grosso intestino.

Etichette, profili nutrizionali e health claim

Le decisioni adottate dal Parlamento di Strasburgo riguardo la presenza o meno di health claim, profili nutrizionali sulle prossime etichette alimentari hanno nuovamente portato alla ribalta i semafori nutrizionali adottati dalla Gran Bretagna che riportano per 100 g di alimento il contenuto in grassi, saturi, sale e zuccheri con i colori del semaforo, per cui se l’alimento scelto ha un colore rosso è evidentemente pericoloso per la nostra salute e quindi il consumo va attentamente valutato. Amelia Fiorilli, docente di Nutrizione Umana all’Università degli Studi di Milano, e Anita Ferraretto , ricercatrice in Nutrizione Umana dello stesso Ateneo, rilevano sul “Fatto alimentare” che 100 g non rappresentano una porzione standard valida per tutti gli alimenti. Nessuno di noi consuma 100 g di olio extravergine di oliva al giorno, quando un cucchiaio, pari a 10 g è la dose consigliata (LARN 2014). Così come 100 g di Parmigiano Reggiano sono tanti anche quando viene consumato come secondo piatto e non come condimento sulla pasta (nel primo caso la porzione è 50 g, nel secondo è 10 g). Entrambi contengono grassi saturi, ma il loro contenuto varia se consideriamo la porzione standard: 100 g di olio evo contengono 16,16 g di grassi saturi, mentre 10 g ne contengono 1,616 g. Per il Parmigiano Reggiano 100g contengono 16,89g di grassi saturi, mentre 50 g e 10 g ne contengono rispettivamente 8,445 g e 1,689. Analogamente se consideriamo una bevanda zuccherata, ad esempio aranciata, 100 ml forniscono 10 g di zuccheri solubili. In questo caso i 100 ml non corrispondono al bicchiere (200 ml) né tanto meno alla lattina (330 ml) che si consumano più frequentemente e che in realtà arrivano ad apportare una quota di zuccheri solubili, nel caso della lattina, pari a circa il 50 % del fabbisogno di zuccheri in una dieta bilanciata da 2000 Kcal. Questi esempi sottolineano come non si possa parlare di nutrienti contenuti in un alimento senza considerare la porzione. Un’altra considerazione riguarda l’alimentazione che dev’essere bilanciata nell’arco della giornata. Ne deriva che se a pranzo si esagera con il consumo di Parmigiano Reggiano, nei pasti successivi è consigliabile cercare di scegliere cibi con un minor contenuto di sale, acidi grassi saturi, colesterolo. Un’altra critica alle etichette con semaforo della Gran Bretagna riguarda il fatto che prendono in considerazione solo 4 nutrienti (grassi, grassi saturi, sale e zucchero), e non tengono conto di altri nutrienti come le proteine, i carboidrati totali, la fibra: tutti nutrienti che dovrebbero armonizzarsi per dare risultati positivi. I profili nutrizionali da 2000Kcal di solito sono accompagnati da note specifiche che dicono come questi siano solo esempi per individui sani e con livelli di attività fisica medio-bassa e sono indicativi dei quantitativi dei diversi nutrienti che devono essere presenti in una dieta equilibrata. Per esempio è indubbio sapere che il sale dovrebbe essere consumato in quantità non superiore ai 5 g, ovvero un cucchiaino,: di conseguenza l’indicazione in etichetta porta automaticamente a risvegliare l’attenzione a quello che si compra e che si consuma. Gli health claim sono invece delle affermazioni che correlano i contenuti dell’alimento alla nostra salute. Per esempio alcuni nutrienti possono svolgere un’azione protettiva nei confronti dell’insorgenza di alcune patologie. Utilizzare i termini “profili nutrizionali” e “ health claim” indifferentemente può creare confusione. Ma i consumatori cosa ne pensano ? L’indagine ha messo in luce come il 66 % dei consumatori non legge l’etichetta per diversi motivi, tra cui l’illeggibilità e la scarsa comprensione. Il 70 % di coloro che le leggono ne dichiara l’importanza e l’influenza decisiva sulla scelta degli alimenti. Nessuno dei consumatori intervistati era a conoscenza di un futuro regolamento UE per le etichette nutrizionali e quindi dei cambiamenti che avrebbe portato. La tracciabilità dell’origine della materia prima sarà sicuramente un passo fondamentale per la sicurezza del consumatore, ma non può essere ritenuto l’unico. Tra l’altro solo il 30 % degli intervistati ha ritenuto l’origine delle materie prime essere il principale motivo di scelta di un alimento, e il consumatore non può essere lasciato solo nella giungla delle informazioni che pullulano sul web. In quest’ottica, i suddetti docenti dell’Università degli Studi di Milano auspicano che la decisione di bocciare il semaforo ed eliminare i profili nutrizionali, non si trasformi nella decisione di eliminare qualsiasi fonte di informazione, esclusa quella obbligatoria per regolamento, ma sia solo il primo passo per progettare e promuovere uno o più nuovi sistemi di educazione alimentare anche presso i punti di vendita, in attesa che in futuro possa diventare materia di insegnamento scolastico, come già avviene in altri Paesi.

Universitari fuori sede: scarsa educazione alimentare

La Fondazione Istituto Danone (FID – Presidente Lorenzo Morelli Preside Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) in partnership con Università degli Studi di Pavia ha svolto un’indagine sulle abitudini alimentari di un campione di studenti fuori sede di età compresa tra i 19 e i 27 anni, una fascia della popolazione fino a oggi poco studiata, ma di rilevante interesse.
Quasi il 10 % degli intervistati salta il pasto più importante della giornata, la colazione del mattino. E, tra quelli che la fanno, solo una minoranza privilegia gli alimenti più salutari come yogurt (23 %), cereali (quasi il 31 %) e succhi di frutta (30 %). Per lo spuntino, mentre i più virtuosi prediligono la frutta (30 %), molti si limitano a mangiare quello che trovano al momento (17,5 %).
A pranzo, il 23 % dei fuori sede, che proviene in maggioranza dal Sud, predilige la “schiscia” (panino), ma quasi la metà non rinuncia a ricevere, mediamente una volta al mese cibo da casa: si tratta quindi di una sorta di “contaminazione” della tradizione del Nord con quella delle culture regionali di provenienza.
La sera, il frigorifero è spesso desolatamente vuoto e una cena decente diventa un miraggio, per la felicità degli esercizi che offrono cibi da asporto: oltre il 60 % del campione ricorre al “take away” almeno una volta la settimana e pizza e kebab sono gli alimenti più ordinati, il 74 % non rinuncia all’happy hour con gli amici, almeno una volta la settimana (51 %). Più del 70 % beve, inoltre, alcol nel weekend e quasi il 35 % lo fa anche in settimana, sia durante che dopo i pasti.
I fumatori sono pochi (29 %), ma assidui. I più accaniti confessano di superare senza difficoltà le 5 sigarette al giorno.
Fra le curiosità citiamo l’aumento dei cibi biologici (24 %) e quelli integrali (33 %). Oltre il 70 % dichiara di aver cambiato le proprie abitudini a tavola diventando studente fuori sede: l’alimento più facilmente eliminato dalla dieta risulta il pesce (19,5 %) per la spesa elevatae l’utilizzo di prodotti in offerta al supermercato.
Significativa la poca informazione sulle allergie alimentari: il 16 % dichiara di essere allergico ad alcuni alimenti (latticini o frutta 36 %) ma la maggior parte non sale quale test allergologico abbia fatto per scoprirlo.
Nel dopo Expo riteniamo che continuare a investire in educazione su sana alimentazione e corretti stili di vita sia prioritario, al fine di sradicare cattive abitudini e falsi miti per la salute, commenta Annamaria Castellazzi , Vice Presidente di FID Italia. Citiamo alcuni “hot topics” individuati dagli esperti su credenze e luoghi comuni: “ per perdere peso bisogna consumare pochi carboidrati” -”in gravidanza e allattamento la mamma deve mangiare per due” –“il caffè fa male” – “miele e zucchero di canna sono meno calorici e più sani dello zucchero bianco”.
Nel corso dei 25 anni di attività la FID si è impegnata nella divulgazione scientifica in campo nutrizionale attraverso una intensa attività di informazione (recentemente una mostra di pannelli illustrativi presso l’Ateneo milanese dell’Università Cattolica), afferma M. Gosselin, Presidente Amministratore Delegato Danone Italia.
Oggi la FID rinnova questa missione coinvolgendo come parte attiva chi del futuro sarà protagonista: le nuove generazioni.

Nuovi orizzonti della dieta mediterranea

Nonostante la sua popolarità a livello globale e l’evidenza dei suoi benefici sulla salute in generale e sull’apparato cardiovascolare in particolare, l’aderenza alla Dieta Mediterranea è attualmente in diminuzione proprio nei Paesi del Mediterraneo. E’ da questa constatazione e dalla volontà di preservare e valorizzare l’eredità di questo modello alimentare che si è svolta a Milano la Prima Conferenza Mondiale sulla Dieta Mediterranea indetta dalla IFMeD (International Foundation of Mediterranean Diet – Presidente Esecutivo Emmanuel Pauze) in data 8 Luglio. L’obiettivo principale è stato quello di spostare la percezione dei benefici di questo modello da una particolare attenzione per l’uomo, ad un focus sui benefici per il pianeta e le sue popolazioni. Questa proposta ha favorito un dialogo interdisciplinare fra tutti gli studiosi che si occupano di Nutrizione Umana e Scienze collaterali (agricoltura, ambiente, economia, sociologia) al fine di fornire una rappresentazione unitaria della Dieta Mediterranea come modello alimentare sostenibile e rappresentativo di tutta l’area del Mediterraneo, da adattare per ogni paese ai propri contesti e alla propria cucina tradizionale. Il nuovo modello (reso pubblico con una nuova “Piramide”) tiene conto di 4 dimensioni: valenza nutrizionale, aspetti culturali, ambientali, economici. La dieta infatti non è solo “regola alimentare”, ma “regola di vita” che impatta sulla salute, sull’ambiente e sulla società. Secondo le stime, nel nostro Paese, l’effettivo consumo di proteine di pesce si attesta su 40 g a settimana, rispetto ai 60 g settimanali raccomandati, mentre i consumi medi negli Stati Uniti e in Europa sono inferiori. L’unico esempio virtuoso è dato dalla Spagna, che peraltro è il maggior consumatore al mondo di pesce in conserva. “In un contesto in cui la Dieta Mediterranea si rinnova, coin la messa in risalto di una cruciale componente socio-culturale, diventa fondamentale prendere in considerazione da un lato l’importanza di recuperare le nostre radici alimentari, dall’altro il mutamento degli stili di vita, sempre più frenetici. Per questo possiamo considerare il pesce in scatola un valido alleato della Dieta Mediterranea: infatti unisce la praticità di consumo ai benefici di una composizione nutrizionale paragonabile al fresco, ha affermato Silvia Migliaccio (Dipartimento di Scienze dello Sport e della Salute Umana dell’Università “Foro Italico” di Roma). “Non dimentichiamo che l’uomo è onnivoro da 10.000 anni e la carne, nelle giuste quantità, fa parte della Dieta Mediterranea – ha spiegato Elisabetta Bernardi (Nutrizionista Università di Bari). Ricca di nutrienti importanti e componenti bioattivi, la carne è particolarmente importante in alcune fasi della vita: durante la gravidanza e l’infanzia, ad esempio, per garantire lo sviluppo cognitivo e la crescita del bambino. Ma è anche preziosa per chi pratica sport e in età avanzata, essendo una eccezionale fonte di proteine utili per lo sviluppo e per preservare i muscoli. Anche i legumi riacquistano un ruolo primario: “ L’assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2016 anno dei legumi: un’opportunità unica per incoraggiare la food chain ad un utilizzo migliore di questa risorsa, grazie ai suoi benefici per la fertilità del suolo e per combattere la malnutrizione – ha affermato Laura Rossi del Centro di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (CREA-NUT): Non bisogna inoltre dimenticare che la Dieta Mediterranea, con un ruolo importante di frutta e verdura e l’olio d’oliva come condimento principe, appare protettiva non solo verso il rischio cardiovascolare, ma anche verso i tumori – ha affermato Carlo La Vecchia dell’Università di Milano.

Alimenti funzionali: legislazione europea

Rivista : Anno 45/Numero 2
Autori/Authors : Toti E.

Riassunto

E’ noto da tempo che le popolazioni che fanno largo consumo di frutta ed ortaggi hanno un'incidenza ridotta di malattie cardiovascolari e di neoplasie. Hanno così assunto importanza gli alimenti funzionali (functional foods), definiti come alimenti che, oltre ai loro valori nutrizionali di base, contengono sostanze regolatrici su alcune funzioni vitali in grado di recare benefici fisiologici a chi li consuma. Tali proprietà funzionali possono avere effetti positivi sul mantenimento della salute e/o sulla prevenzione di malattie. Sebbene il concetto di alimento funzionale sia nato in Giappone nel corso degli anni ’80, ancora non hanno ottenuto una precisa definizione dalla legislazione europea. L'attenzione nei confronti di questa categoria di alimenti è cresciuto, sono comparsi nuovi prodotti nel mercato europeo ed è emersa la necessità di definire gli standard e le linee guida per lo sviluppo e la promozione.

Back to top